il vascello trasparente

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Affetto (e afflitto) da sindrome di accerchiamento da parte della voce del padrone, comincio a sentirmi la terra tremare sotto ai piedi. Davvero non c’è più niente da fare?
AIUTATEMI !!!!!

Il popolo ha sempre ragione?

Pubblicato da bibop su 30 settembre 2010

IL POPOLO LO VUOLE
Dove si rifugiano i berluscones quando non sanno più che dire? Ormai la tattica è sempre la stessa: quando non gli basta più la faccia tosta per difendere l’indifendibile (tipo Bruscoloni che paga l’avvocato Mills per mentire al suo processo e così salvarlo dai guai), allora tirano fuori l’argomento finale e decisivo che taglia la testa al toro: Il popolo. Il popolo lo vuole. Il popolo sa quello che fa. Il popolo ci ha scelto conoscendoci bene. Gli italiani non sono mica scemi, ci hanno eletto. Abbiamo vinto le ultime tre elezioni. Se ci criticate siete contro il popolo che ci ha eletto e quindi antidemocratici. La magistratura è eversiva perché vuole processare Bruscoloni per sovvertire il responso popolare. Bruscoloni è stato eletto dal popolo, perciò è legittimato a fare quel cazzo che gli pare.

IL POPOLO
Nessuno ha il coraggio di rispondere: il popolo può sbagliare e spesso ha sbagliato di grosso. Se lo dici, ma anche solo se lo pensi, allora non sei un vero democratico, sei antidemocratico e non sei degno di partecipare al dibattito. Sei uno snob, sei un élitario, disprezzi il popolo, sei, al limite, un fascista.
Il popolo. Ebbene, il popolo, se è informato male, poco o parzialmente, se dispone solo di informazioni orientate (come accade sempre di più), ebbene, il popolo SI SBAGLIA!!!
Vogliamo ricordare quante cazzate ha combinato il popolo? Eccone alcune
- Il popolo ha scelto Barabba e condannato Cristo perché esasperato dalla miseria (un ladrone è più simpatico di un profeta) e perché non edotto sulle accuse a Cristo per la insufficiente informazione da parte di Pilato.
- Il popolo ha osannato Hitler, perché esasperato dalla punizioni di guerra e rincoglionito e lusingato dalla martellante ed univoca propaganda di Goebbels sulla superiorità della razza germanica .
- Così come ha osannato Mussolini perché rincoglionito e lusingato dalla martellante ed univoca propaganda del Minculpop sulle sorti italiche.
Il popolo questo fa, giudica con i pochi, elementari, sommari e tendenziosi elementi di giudizio che gli vengono forniti dai media (e chi ce li ha i media? e perché i media sono la prima e principale cosa di cui si occupano gli aspiranti tiranni?).

CITAZIONI SU CUI RIFLETTERE
“Attraverso un uso astuto e ripetuto della propaganda possiamo far credere alle persone che il paradiso sia l’inferno o che una vita estremamente miserabile appaia come il paradiso.” (Adolf Hitler).

“Se proclami una bugia colossale e continui a ripeterla, arriverà il momento in cui le persone crederanno a questa bugia. Comunque essa può sopravvivere solo se lo Stato riesce ad isolare le persone dalle conseguenze politiche, economiche e militari della menzogna. Diventa quindi di importanza vitale che lo Stato usi tutto il suo potere per reprimere il dissenso, perché la verità è il nemico mortale della menzogna e quindi, in linea generale, la verità è la più grande nemica dello Stato. ” (Joseph Goebbels).

“Un audace imbroglione, dotato di qualità comunicative, potrà essere adorato da un popolo ignorante, ma sarà sicuramente criticato dalle persone più istruite. La cultura e l’istruzione facilitano i confronti e moltiplicano i punti di vista e contrapponendo tra loro le opinioni, che possono modificarsi a vicenda. Maggiore è la diffusione della cultura e delle conoscenze, minore sarà lo spazio per l’ignoranza e la calunnia. Il tiranno, resterà così senza argomenti, disarmato di fronte alla forza delle leggi.” (Cesare Beccaria)
“È ovvio che la gente non vuole la guerra. Perché mai un povero contadino dovrebbe voler rischiare la pelle in guerra, quando il vantaggio maggiore che può trarne è quello di tornare a casa tutto intero? (…) Ma, dopo tutto, sono i capi che decidono la politica dei vari stati e, sia che si tratti di democrazie, di dittature fasciste, di parlamenti o di dittature comuniste, è sempre facile trascinarsi dietro il popolo. Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre assoggettato al volere dei potenti. È facile. Basta dirgli che sta per essere attaccato e accusare i pacifisti di essere privi di spirito patriottico e di voler esporre il proprio paese al pericolo. Funziona sempre, in qualsiasi paese.” (Hermann Göring)

PENSATECI VOI
Ed in più, a causa della pervasiva e costante condizione di frustrazione che attanaglia la sua vita per assillanti problemi economici, familiari, esistenziali ecc., il popolo preferisce, comprensibilmente, non occuparsi personalmente di studiare, cercare, confrontare, immaginare, criticare, inventare, sperimentare, decidere, assumersi responsabilità. Meglio farsi una rapida convinzione (= ha ragione quello che si presenta meglio, chi prospetta meno problematicità, chi ride di più, chi vende meglio progetti politici o detersivi, che è lo stesso) e poi ci pensasse lui, che io ho già troppi cazzi per il culo.

MA TUTTO QUESTO NON SI PUO’ DIRE
Perché nessun politico di sinistra ha il coraggio di controbattere così a chi gli sbatte in faccia il popolo elettore? Per vari motivi.
- primo: la sinistra non può sostenere che il popolo si lascia ingannare dalla propaganda, sarebbe come dire che il popolo è ignorante, sciocco. E invece nei miti della sinistra il popolo sovrano è sempre stato il centro ed il motivo dell’azione politica, il proletariato che dirige il mondo. La nemesi della storia ora mette in mano ad eversori veri questo slogan/icona della sinistra, strumentalmente usato contro chi pretende il rispetto delle regole della democrazia.
- Poi c’è un altro elemento che aiuta questo inganno, forse il più grosso ostacolo alla sua contestazione: nessuno ha piacere di passare per uno che si fa infinocchiare dalla propaganda. A me non la si fa, sono mica stupido, io mi formo le mie opinioni indipendentemente dalla propaganda di questo o di quello, io so giudicare da me, saranno gli altri che si fanno infinocchiare dalla propaganda, il mio giornale mica fa propaganda, dice le cose come stanno, di loro mi fido, non venitemi a dire che le mie scelte politiche sono orientate da qualcuno perché se fosse così sarei un pollo, e mica pretenderete che mi dia del pollo da solo.

E ALLORA?
Ed è ormai come allo stadio, fedeli alla squadra del cuore anche quando va in serie B (e si può capire, perché il cuore non c’entra con la ragione) o come al supermercato, una volta scelto un dentifricio, sarà quello per sempre, anche se ci fa i denti gialli, perché non posso dare ragione a mio cognato che ne usa un altro, che figura ci farei?. Una volta catturato il votante/cliente, lo si fidelizza con continue rassicurazioni sul fatto che ci si sta occupando dei suoi problemi (scegliamo i prodotti migliori proprio per te), sul fatto che noi siamo i più bravi (ti coccoliamo), non come quegli altri, la concorrenza, che quando c’erano loro ti hanno rovinato, che culo hai tu che ci voti (che compri le nostre offerte speciali), se no la tua vita sarebbe piena di disgrazie (perderesti tutti i grandi vantaggi che ti offriamo noi), le poche disgrazie di adesso sono colpa dei governanti di prima, e via con una serie di immaginari benefits regalati solo in cambio delle fedeltà.
E invece non siamo né al supermercato né allo stadio. Siamo a decidere se la qualità della nostra vita sarà migliore o peggiore, se i nostri figli staranno meglio di noi o peggio. E già adesso i nostri figli stanno peggio di noi.

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Perché la gente vota Berlusconi

Pubblicato da bibop su 1 ottobre 2009

Qualche numero essenziale, per capirci meglio. Nella campagna elettorale per le elezioni europee, secondo uno studio del Censis (9 giugno 2009), il 69,3 per cento degli elettori si è informato e ha scelto chi votare attraverso le notizie e i commenti dei telegiornali.

I tiggì sono il principale mezzo per orientare il voto soprattutto tra i meno istruiti (in questo caso, siamo al 76 per cento), i pensionati (78,7 per cento) e le casalinghe (74,1 per cento).

È necessario cominciare allora da questa scena. Più o meno sette italiani su dieci – che diventano otto su dieci tra chi è avanti con gli anni, è meno istruito o è donna che lavora in casa e per la famiglia – scrutano la vita, la realtà e il mondo dalla finestra aperta dai telegiornali – tra cui il Tg1 e il Tg5 – da soli – raccolgono e concentrano oltre il 60 per cento del pubblico. Nella cornice di questa finestra buona parte degli italiani matura emozioni, percezioni, paure, insicurezza, fiducia, ottimismo, consapevolezze, orienta o rafforza le sue opinioni. Che cosa vedono, o meglio che cosa gli mostra quella finestra? Nello spazio stretto, quasi indefinito, tra la realtà e la sua rappresentazione mediatica si possono fare molti giochetti sporchi. Per esempio, spaventare tutti con il fantasma di un’inarrestabile criminalità che ci minaccia sulla soglia di casa o eliminare ogni incubo cancellando ogni traccia di sangue e di crimine. Nel secondo semestre del 2007 (governa Romano Prodi), i sei tiggì maggiori dedicano a fatti criminali 3.500 cronache. Nel primo semestre di quest’anno (Berlusconi regnante) 2.000 (fonte, Osservatorio di Pavia, report “Sicurezza e Media”, curato da Antonio Nozzoli). Stupefacente il tracollo di storie nere nel Tg5. Con Prodi a Palazzo Chigi, le cronache criminali sono 900 (secondo semestre 2007). Diventano con Berlusconi 400 (primo semestre 2009). Il Tg1 Rai non giunge a tanto. Le dimezza: da 600 a 300.


È un gioco sporco, facile anche da fare: ometti, sopprimi, trucchi la scena secondo le istruzioni politiche del momento. Più o meno, un gioco delle tre carte. Carta vince, carta perde. Il crimine c’è e ora non c’è più perché il governo lo ha sconfitto o ridimensionato. Se fosse necessaria una nuova stagione di paura e di odio, riapparirebbe nelle mani del sapiente cartaro. In questa tecnica di governo non è necessaria l’azione, l’agire, mettere in campo politiche pubbliche contro il crimine, di sostegno alle imprese e alla famiglie, di protezione sociale per chi perde il lavoro, per fare qualche esempio. È sufficiente comunicare che lo si sta facendo, che lo si è fatto, e magari gridare al “miracolo”. Come per il terremoto dell’Aquila. Ogni settimana, il capo del governo si autocompiace per l’evento incredibile, prodigioso che ha realizzato. Ma è autentico “il miracolo di efficienza”? Se si stila una classifica dei tempi di assegnazione di “moduli abitativi provvisori” si scopre che a San Giuliano di Puglia, i primi 30 moduli furono consegnati a 82 giorni dal sisma, in Umbria a 98 giorni, finanche in Irpinia (dove ci furono 3000 morti e 300 mila sfollati) in 105 giorni mentre in Abruzzo i primi moduli sono stati attribuiti a Onna dopo 116 giorni. Non basta dunque il racconto di un fatto in sé per comprenderlo. Il fatto in sé diventa trasparente soltanto se si rendono accessibili e trasparenti i nessi, le relazioni, i conflitti che vi sono contenuti. Privato della sua trama, delle sue relazioni con il passato e con il futuro, il fatto deteriora a immagine, a spettacolo e dunque è vero perché il fatto è lì sotto i nostri occhi; al contempo, è falso perché è stato manipolato, ma in realtà è finto perché l’immaginazione vi gioca un ruolo essenziale e parlare di “miracolo” – non c’è dubbio – aiuta la fantasia.

Il capolavoro di questa tecnica di comunicazione che diventa disinformazione lo raggiunge, come si racconta a pagina 13, il Tg1 di Augusto Minzolini quando dà conto delle disavventure di Silvio Berlusconi alle prese con gli esiti di una vita disordinata che gli consiglia di candidare a responsabilità pubbliche le falene che ne allietano le notti. Il caso nasce politico: così si rinnovano le élites? Se ne accentua la politicità con l’intervento di Veronica Lario che rivela le debolezze e la vulnerabilità del premier. Berlusconi avverte che in ballo c’è la sua credibilità di presidente del Consiglio. Va in televisione a Porta a porta per spiegarsi. Gioca male la partita. Mente, si contraddice. Gliene si chiede conto. Farfuglia. Tace. Decide di rivolgersi a un giudice per vietare che gli si facciano anche delle domande. È l’ordito di un “caso” che diventa (a ragione) internazionale. Il Tg1 lo spoglia di ogni riferimento. Dà conto soltanto degli strepiti del Capo: “complotto”, “trama eversiva”. Si lascia galleggiare quest’accusa. Contro chi? Perché? Che cosa è accaduto? Non lo si dice. Appare la D’Addario. Ha trascorso una notte con il capo del governo, è stata candidata alle elezioni. È la conferma dell’interesse pubblico dell’affare, è la prova della ricattabilità di Berlusconi. Minzolini fa finta di niente. Cancella i rilievi dei vescovi; della figlia di Berlusconi, Barbara; l’attenzione della stampa internazionale. Spinge in un altro segmento del notiziario il destino del direttore dell’Avvenire, accoppato per vendetta dal giornale del Capo; i traffici di Gianpaolo Tarantini, il ruffiano di Palazzo Grazioli. Senza contesto e riferimenti, che cosa può comprendere quel 69,3 per cento di italiani che si informa soltanto attraverso le notizie del Tg? Nulla. Non comprenderà nulla e potrà bere come acqua di fonte che si tratta soltanto, come dice il direttore del Tg1, “dell’ultimo gossip”. (I sondaggisti non sembrano curarsi di che cosa sappiano davvero dell’affare gli spettatori disinformati che interrogano).

Non siamo soltanto alle prese con una cattiva informazione o con un giornalismo di burocrati obbedienti. Abbiamo dinanzi un dispositivo di potere con una sua funzione psicologica determinante. Siamo assediati dal crimine o no? Devo avere paura o fiducia? All’Aquila c’è davvero un “miracolo” che presto toglierà dai guai tutti coloro che ne hanno bisogno? C’è “un complotto” che minaccia il premier o il premier ha combinato qualcosa che dovremmo sapere e che lui dovrebbe spiegare? Se – tra soppressioni, omissioni, menzogne – si abituano le persone a questa confusione inducendole a credere che nulla sia vero in se stesso e che ogni cosa può diventare vera o falsa per decisione dell’autorità e con l’obbedienza dei tiggì, si nientifica la realtà; si distrugge l’opinione pubblica; si sterilizza la coscienza delle cose; va a ramengo ogni spirito critico. È quel che accade oggi in Italia dove un unico soggetto pretende di detenere – con il potere – la verità, il diritto all’autocelebrazione, al racconto unidimensionale, ogni leva delle nostre emozioni e delle nostre esperienze. Oggi che si discute di che cosa deve essere il servizio pubblico, vale la pena ricordare che la libertà dell’informazione non è fine a se stessa, ma è solo un mezzo per proteggere un bene ancora più prezioso della libertà del giornalista: il diritto dei cittadini a essere informati.

Adesso che hai finito di leggere, te lo posso dire; questo non l’ho scritto io, ma Giusepe D’Avanzo su La Repubblica dell’1/10/2009.

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L’abuso di potere uccide il senso civico

Pubblicato da bibop su 6 agosto 2009

Avete presenti quelli che vi ticchettano con i fari per avvisarvi che c’è la polizia con l’autovelox? Bene, io li ho sempre odiati. Ma come, mi dicevo, c’è finalmente un servizio di civiltà, che può far diminuire i morti sulle strade, che sanziona comportamenti pessimi, che punisce quegli stronzi che mettono a repentaglio la vita propria e altrui, l’eccesso di velocità, una cosa buona, da encomiare, da incoraggiare, che ci fa sentire più europei, più civili; e tu, col tuo ticchettio del cazzo, con la tua solidarietà da carcerato, vanifichi tutto aiutando gli incoscienti, facendoli rallentare proprio lì dove c’è, finalmente, un controllo serio. Ma che schifezza di cittadino sei? Sei un abitante della jungla, sei un deficiente, sei un frustrato del cazzo, uno  come te lo escluderei dal diritto di voto, si merita di sfracellarsi contro un albero alla prossima curva.

Bene, mi vergogno a dirlo, ma oggi ho ticchettato anch’io.

E’ successo che su una strada che faccio spesso, la Salaria, hanno messo alcuni limiti di velocità esclusivamente allo scopo di fare cassa, con assoluta indifferenza per la sicurezza della strada.

Tipo: c’è un limite di 60 all’ora all’altezza di Osteria Nuova (comune di Poggio Moiano).  Benissimo, c’è un centro abitato, c’è un semaforo, bisogna rallentare. Solo che questo limite comincia da centinaia di metri prima del centro abitato e finisce centinaia di metri dopo. E’ lì che mi hanno multato con l’autovelox. E quando ho contestato la multa dicendo che andavo a meno di 60, ed era vero, loro mi hanno detto che sì, andavo a 60 nel centro abitato, ma l’infrazione l’avevo commessa in quei centinaia di metri prima, dove il centro abitato non c’è ma il cartello sì. Immediatamente dopo il segnale. Cioè lì dove, ancora fuori del centro abitato,  stavo rallentando proprio per andare ai 60 regolamentari. E’ chiaro che il comune ha capito che più allontana il cartello da centro abitato e più incassa denari.

Cioè mette una tassa arbitraria e vessatoria sul passaggio dei veicoli: quanti siete, sì, ma dove andate, sì, ma cosa trasportate, un fiorino.

Queste situazioni, sulla Salaria, sono molto frequenti. Ma c’è di peggio. Poco più avanti, in una località che si chiama Ponte Buito c’è un altro limite: 50. Ora, non so se sia intelligente porre un limite di 50 all’ora su una strada statale (non sarebbe meglio mettere in sicurezza l’incrocio?). Però, siccome c’è un attraversamento pedonale, una curva, un incrocio, ci stia pure il 50 all’ora. Però il divieto comincia circa un chilometro prima, e finisce oltre un chilometro dopo! Qui l’appetito del comune diventa voracità, perché è assai difficile andare a 50 all’ora per due chilometri sulla Salaria, su tratti di strada larga, libera, senza incroci, senza alcun pericolo: un innaturale corteo, lentissimo, incolonnati come deficienti, su una strada statale normalissima, dalle caratteristiche identiche ai tratti in cui vige il normale limite di 90 all’ora. Inoltre se, visto il segnale, rallenti da 90 a 50 in poco spazio, rischi anche di essere tamponato perché serve una brusca frenata. Sembra di essere capitati per caso dietro ad un’ invisibile manifestazione o a un invisibile trattore. Ed è lì che ti pizzicano.

Ho in mano una multa in cui mi hanno contestato il fatto che in quel tratto di Salaria avevo superato il limite di 50 all’ora: infatti andavo alla bella velocità di 51 km/h!!!!!!! Sulla Salaria! C’è scritto proprio così, 51.

Da quel momento ho cominciato a modificare il mio giudizio su quelli che ticchettano con i fari per avvisare che c’è la polizia con l’autovelox. E’ vero che per la maggior parte si tratta di gente con poco senso civico, ma, almeno da oggi, so che può anche trattarsi di persone che si difendono da prevaricazioni gratuite. Quelli che ticchettano sono per lo più coatti, quelli che sono comunque “contro” le istituzioni, potenziali antistato, i furbi del popolo delle libertà, quelli che facciamo un po’ come cazzo ci pare, quelli che tanto mi faccio togliere la multa, quelli che a me non me ne frega un cazzo di niente e di nessuno, quelli che col loro ticchettio ti smerdano con la loro solidarietà mafiosa.

Ma oggi ho ticchettato anch’io, ex campione di civismo e di correttezza, ex promotore di referendum per migliorare il Paese, ex fustigatore di costumi, ormai ex persona per bene.

Con disagio, con esitazione, con un po’ di vergogna (perché non posso spiegare la genesi di questo mio comportamento incivile e temo che gli automobilisti ai quali ticchetto possano pensare di me quello che io ho sempre pensato dei ticchettatori), con sensi di colpa per l’abbassamento del mio tasso di civiltà, ho ticchettato anch’io!

Non so se ticchetterò ancora: la cosa mi ha lasciato troppo sconvolto. Forse supererò il disgusto di ticchettare solo lì dove ci sono le trappole. Però va detto che sulla Salaria, in quei tratti trappola, non è lo Stato che esercita un vigile e legittimo (e giusto) controllo, ma è il grassatore Ghino di Tacco da Poggio Moiano. E da Ghino di Tacco è giusto difendersi.

L’abuso di potere uccide il senso civico dei cittadini.

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G20

Pubblicato da bibop su 20 aprile 2009

Qualcuno ha seguito il G20? Qualcuno ha capito cosa ci faceva da quelle parti il nostro primo minestro? Quali soluzioni aveva da proporre alla grave crisi economica mondiale? Nessuna. Il primo minestro faceva quello che fanno di solito i venditori di merci: autopromozione. Infatti il G20 è stato monopolizzato dagli unici che avevano cose da dire e da proporre, e cioè i tre rappresentanti dell’Europa (GB, F, D) e Obama. Ma il nostro non spreca tempo né occasioni: Che ti fa? Chiama ripetutamente e a gran voce Obama, tanto che la Regina si gira per chiedere chi è quel cafone. Poi lo tira a sé con un braccio, tenendo con l’altro braccio il premier russo ed in quel preciso istante, davanti uno stuolo di fotografi lì appositamente chiamati, sforna il più bel sorriso della sua pur onorata carriera. La foto è fatta. Quale sarà la fotocronaca del G20 per i nostri quotidiani (praticamente tutti)? Quale sarà la foto che accompagnerà i resoconti del G20 che pochi leggerano? Cosa resterà impresso nella memoria dei frettolosi lettori di quotidiani? Indovinate un po’: il nostro primo minestro che riunisce sotto di sé le due più grandi potenze del pianeta, che li fa sorridere insieme, che li fa giocare, che li rende amici, che li sovraintende, Ecco come si vendono prodotti scadenti: la pubblicità è l’anima del commercio. E la politica internazionale? Chi se ne frega.

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Ricomincio a scrivere oggi

Pubblicato da bibop su 25 febbraio 2009

Oggi Italo Bocchino, portavoce del PDL, ha detto che non si farà l’election day per riunire elezioni europee, elezioni aministrative e referendum.

Perché mai, si potrebbe chiedere, visto che riunendo le tre elezioni si risparmierebbero  circa 400 milioni di euro (=due o tre social card)?

Ecco la risposta: Non si farà, perché se no se ne avvantaggerebbero i fautori del referendum. Infatti se si unissero le tre consultazioni, il referendum potrebbe facilmente raggiungere il quorum, e dunque, i promotori sarebbero avvantaggiati.

Allora, cerchiamo di capire:

1. si indice un referendum per sapere cosa pensano i cittadini italiani di una certa legge, in questo caso la legge elettorale porcellum di Calderoli, quella con la quale Berlusconi ha vinto le ultime elezioni.

2. Il referendum può fallire se non si raggiunge il quorum del 50% +1 degli elettori.

3. A Italo Bocchino non interessa sapere cosa  pensano i cittadini della porcata fatta dalla maggioranza, gli interessa solo che il referendum fallisca, perché sa che se i cittadini potessero esprimersi liberamente cancellerebbero il porcellum.

4. Dunque non entra nel merito della legge elettorale, non rischia il giudizio, ha paura del voto libero: Bocchino dice chiaramente che faranno una bella furbata, eviteranno di favorire la libera espressione dei cittadini, anche se questo costa 400 milioni di euro. Conta sul fatto che tra la disinformazione dei loro media e le tre votazioni a una settimane una dall’altra, pochi cittadini  andranno a votare il referendum, che così fallirà per non aver raggiunto il quorum.

Questa è la loro democrazia. Non rischiano il libero confronto delle idee, ma, come se non bastassero le loro corazzate e le loro portaerei della disinformazione, si attaccano a mezzucci da comare, con rispetto delle comari, e lo rivendicano come i coatti che sfrecciano sulla corsia d’emergenza dell’autostrada e se li guardi male ti dicono con aria di sfida: embè? che cazzo voi?

Loro sono così. Ormai non c’è più bisogno di conferme. Io non ne posso più. C’è qualcuno che ha delle idee su come fermarli?

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