il vascello trasparente

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Archivio per la categoria ‘basta psicanalisi’

Prima di ammazzarla, mi piace seguire le impressioni, le sensazioni, i voli pindarici che, ancorché agonizzante (lei) riesce a suscitarmi.

Il mosaico delle esperienze

Pubblicato da bibop su 3 gennaio 2012

L’unico approccio possibile alla conoscenza è procedere a tasselli indipendenti, a chiazze, a placche, a mosaico casuale. Bisogna evitare qualunque “metodo”. Il “metodo” è già una predefinizione di quello che si vuole cercare: se si cerca qualcosa che è intelligibile utilizzando il “metodo”, vuol dire che si cerca qualcosa che abbiamo già definito a priori. Così come il mezzo è già il messaggio, così il metodo è già l’oggetto che si cerca.

Invece si conosce (cioè veniamo messi in grado di aumentare la nostra consapevolezza) solo se si subisce l’esperienza e la si lascia libera di decidere se associarsi con altre esperienze, libera di scegliersi quelle più affini o con valenze compatibili, libera di valutare quanto spazio occupare da sola o associata. Solo loro, le esperienze, sono in grado di decidere se connettersi, di trovare un filo, un senso, solo loro possono decidere di sommarsi per intensità, gradi, scale gerarchiche, solo loro sono capaci di generare risposte e comportamenti.

Alcune esperienze sono forti, anche se non si capisce perché, e lasciano un segno profondo. Magari un’esperienza che a raccontarla è totalmente insignificante. Per esempio c’è un mio amico che non vedo da trent’anni, ma che mi viene in mente quasi tutti i giorni, ogni volta che faccio pipì, perché un giorno, da ragazzi, mi si è mostrato mentre pisciava in piedi a gambe larghe, in posizione molto avanzata rispetto al water, con le mani ciondolanti lungo i fianchi, quindi senza tenere il pisello con le mani, dicendo: ahh, che bello pisciare totalmente abbandonati… E da quel giorno, appena posso, faccio anch’io così. Perché mi ha segnato così forte questa stronzata? Non lo so, forse posso immaginarlo (forse la legittimazione dei piaceri fisici e parasessuali per un adolescente represso, e quindi l’idea che è possibile liberarsi dalla repressione sessuale?). Non lo so, ma sono certo che questa scemenza è un pezzo importante del mio percorso di conoscenza.

Le esperienze forti, non tutte necessariamente così sceme, lasciano dunque un segno, un ricordo che ritorna, in sogno, in un flash, in un déjà vu, nell’adesione entusiasta e spontanea ad una frase di un libro o di qualcuno, nell’identificazione in un comportamento di qualcuno, reale o di fiction. Loro stanno lì, sono una tessera gettata su di un piano dove giacerà inerte, sconnessa, isolata, finché non si rivelerà parte di un mosaico che si va componendo (ma non ancora manifestando) man mano che si aggiungono altre tessere più o meno adiacenti. Altre esperienze, per nulla connesse con quella ma come quella intense, si assommano nel corso della nostra esistenza o, se si preferisce, del nostro percorso formativo. E il mosaico si infittisce di taselli. Quello che si va formando è ciò che possiamo chiamare la nostra personale conoscenza. Non la nostra esperienza, ma proprio “conoscenza”. Quello che si forma è il nostro io conoscente. Certo, poi dovremo usare qualche espediente linguistico, matematico, comunicativo, se non altro per parlarne con qualche amico.

Questo percorso non è facile, ma è l’unico che c’è, gli altri sono inganni. Riconoscete quelli che seguono questo percorso dal fatto che non sono noiosi come la maggior parte delle altre persone, quelle che ti raccontano le cose dette da qualcun altro. Quelli che seguono questo percorso li ascolti volentieri, ti fanno godere perché ti danno degli elementi di conoscenza nuovi, originali: toh, guarda, al mondo c’è anche quest’altro progetto di esistenza, questo ambito di indagine, questa curiosità da soddisfare, un uomo può anche stabilire un’agenda con queste priorità, organizzare la sua unica vita anche in questo modo… e vai con l’orizzonte che ti si allarga, la conoscenza che si dilata. Loro non cercano di convincerti di qualcosa, non devono venderti nulla; non ti infastidiscono con il loro narcisismo perché non contano su di te per sentirsi gratificati; non temono di essere giudicati perché il loro percorso, essendo davvero il loro, non è giudicabile. Inoltre se ti si raccontano hanno già deciso che intendono comunicare con te, cioè ti amano, gli piaci, per loro sei interessante ed è bello e godurioso scambiare conoscenza, è tutto nutrimento buono, gratis e abbondante.

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Inconscio e dna: è la filogenesi che ci controlla

Pubblicato da bibop su 6 novembre 2006

mare inconscio

La tesi che sostengo è che il sonno è il momento in cui gli esseri umani portano quotidianamente la loro esistenza a fare il tagliando di verifica, una messa a punto, dalla concessionaria del Produttore: la “Filogenesi”, quella speciale azienda che, per conto del Produttore, ci immette nel circuito della vita, e che si nasconde dentro al DNA.
Il sonno stacca la spina del telefono e nessuna informazione esterna arriva più dai cinque sensi per farsi decodificare, interpretare, per richiedere strategie di risposta. Il corpo lascia la mente libera da questo faticoso lavoro e dalla conseguente responsabilità di analizzare le reazioni possibili e di produrre le risposte necessarie e possibilmente adeguate. E produce il sogno, che “rielabora e combina i temi archetipici, cioè nati prima del sognatore, con ricordi ricevuti dalla sua esperienza”, come dice Luigi Zoja nel suo “Contro Ismene”. Vale a dire che mette in relazione dati dell’esperienza con qualcosa che preesiste al”individuo. Ma come mette in relazione? Dove sta questo qualcosa che preesiste all’individuo?

Quando la mente è libera dai volgari compiti della quotidianità e della sopravvivenza, allora si può occupare di qualcosa di superiore, si può concentrare, può ascoltare il proprio corpo, può ascoltare la musica delle sue cellule, può andare a rileggere il suo Corano, la sua Bibbia, il suo libro sacro,  a riascoltare i suoi precetti fondamentali nel suo libretto di istruzioni: il DNA.

Durante il sonno l’attività elettrica del cervello si mantiene molto intensa. Eppure non ha da svolgere tutti i pesanti i compiti di decodificazione e interpretazione dei segnali del mondo esterno, di elaborazione, organizzazione e trasmissione delle risposte, di ricerca, assunzione e ottimizzazione delle risorse. La sua attività è tutta interna, le comunicazioni sono tutte interne.

La filogenesi, attraverso il dna, controlla (= comunica = manda segnali e riceve risposte) ogni singola cellula, e con esse ogni singola struttura specializzata, e con esse ogni organo, e con esse ogni attività, anche quelle che definiamo superiori.
Non sappiamo come avviene  questo particolare tipo di comunicazione. Sappiamo più o meno come comunicano le cellule tra di loro, sappiamo più o meno come funzionano i vari neurotrasmettirori, sappiamo che le informazioni circolano nel nostro corpo e nel cervello attraverso un complesso sistema elettrochimico.
Ma qui, nel limbo onirico, si tratta di comunicazione tra una molecola portatrice di tutto il sapere del mondo ed il semplice corpo senza coscienza di un povero cristo.
E’ sconvolgente sapere, ma dobbiamo prenderne atto, che il 98% dei nostri geni sembra non servire a niente, o almeno non serve a codificare proteine. Questo 98%, dicono gli scienziati,  sembra svolgere funzioni di strutturazione fisica del genoma all’interno del nucleo, cioè funzioni di tipo architetturale e di regolazione dell’espressione genica. Che vorrà dire? Io sostengo che quel 98% del nostro genoma ha a che fare con serve a fare un quotidiano check up, un controllo di qualità: lì dove c’è scritta tutta la storia dell’evoluzione, lì dove ci sono informazioni in grado di far percorrere ad un embrione tutte le tappe dell’evoluzione in soli nove mesi, da cellula ad essere umano, e poi ancora da neonato ad adulto, lì  sono anche previste le necessarie verifiche, i controlli di come la macchina sta andando avanti, di come procede nel percorso questo ennesimo esemplare di unità a base di carbonio.
Il sonno dunque è il momento migliore per verificare se la macchina funziona ancora secondo gli standard stabiliti dal piano di fabbricazione, per controllare se ci sono messe a punto da fare, squilibri da sanare, confusioni da chiarire, pezzi da rinforzare, scorie da eliminare. Una sorta di autoverifica se i dati ed i valori attuali corrispondono al piano di costruzione o no. Un auto-check effettuato riconnettendosi alle informazioni di partenza, la filogenesi, a quelle regolette scritte nel nostro dna, a quel processo misterioso che ha raccolto e memorizzato informazioni (utile/non utile, buono/non buono, bene/non bene, ecc.) per milioni di anni, radunandole in un chip di memoria, il dna appunto, e fornendole ad ogni cellula degli esseri viventi, come un libretto di istruzioni in grado non solo di far funzionare al meglio la macchina, ma addirittura di fare delle messe a punto strada facendo, di verificare, in particolare durante il sonno, lo stato dell’arte e di tenere il buono e scartare il cattivo, immagazzinare il grano ed espellere il loglio.

Quello che Freud ha chiamato inconscio è in realtà esattamente questo: la verifica dello stato attuale della nostra vita che la filogenesi, mediante il DNA,  compie durante il sonno, a bocce ferme, cioè mentre la nostra parte meccanica e relazionale è in catalessi, in breve letargo, e le nostre funzioni vitali assorbono pochissima energia così l’esame si prende tutta quella che le serve.
Lei, la filogenesi, controlla quali cazzate stiamo facendo per rovinarci la vita, quali falsi obiettivi ci stiamo dando per essere infelici, a quali fatiche inutili o insensate ci sottoponiamo, di quali inutili anzi dannose informazioni abbiamo stipato i nostri magazzini e così via.
Noi chiamiamo, con un certo orgoglio, psicanalisi quel grossolano processo di indagine su alcuni sintomi del malessere: se riceviamo o no amore e stima, come ci valutiamo in base ai criteri che l’ambiente ci ha proposto, lo stato dei nostri legami affettivi, e così via. Ma in realtà il vero oggetto di indagine del profondo è l’indagine che compie lei, la filogenesi: sapere se la nostra esistenza è o no in linea con la saggezza, l’esperienza, le indicazioni della filogenesi. Stanno lì gli “archetipi” di cui parla Jung. E se non lì, dove altro? In quale altro luogo del corpo umano possono risiedere consapevolezze di antichi divieti, di oscure divinità, di misteriose acquisizioni e idee innate, predeterminate e preesistenti all’individuo stesso?

A differenza della psicanalisi, la filogenesi non è interessata a sapere (o a farci sapere) perché stiamo facendo tutte le cazzate che facciamo: che gliene frega? Non ci rivela – né le interessa saperlo – come mai abbiamo deciso di farci del male o chi ci ha convinto a farlo, non ci dice quali informazioni abbiamo – volutamente o no – male interpretato, non ci svela chi ci ha ingannato. Questo non è suo compito, la filogenesi non dà giudizi sulla nostra capacità di capire o sulle nostre qualità. Lei se ne frega: se non andiamo bene noi lei ha altri miliardi di strutture a base carbonio analoghe alla nostra su cui contare. Lei verifica solo se noi siamo allineati oppure no, se stiamo facendo (=essendo) quella cosa (quale cosa?) per cui tutto il meccanismo si è messo in moto, da prima del big bang, dalla creazione dell’energia, dalla formazione della materia in poi. Se stiamo tenendo conto di una esperienza miliardennaria, se stiamo o no nel solco del pazzesco e misterioso cammino che dalla materia inorganica, dai sassi e dal fuoco, ha condotto alla materia organica, alla vita, e poi dalla vita elementare di pura riproduzione, a quella complessa di controllo dell’ambiente, di ottimizzazione delle disponibilità e dello sfruttamento delle risorse, agli animali, all’uomo, al pensiero, alla coscienza di sé, alla conoscenza.

Quando potremo capirci qualcosa? Qualche scienziato vorrà indagare, e poi spiegarcelo, su come avviene questo benedetto controllo del dna sulla cellula? Chi è (= qual è il meccanismo comunicativo) che dice alla cellula embrionale di organizzarsi (??!!) e, per esempio di andare, scusate la boutade, a fare un culo? E come fa la struttura del dna prima a capire e poi a segnalare che qualcosa non va? Perché, dove e in che modo avvengono l’elaborazione e la redazione del messaggio, la codificazione e trasmissione di dati, in quale mezzo fisico passano, chi riceve, chi decodifica, chi confronta tra i dati ricevuti con quelli campione conservati da qualche parte, chi effettua la verifica di congruità, chi elabora la risposta, la codifica e la trasmissione della risposta e la sua ricezione. Certo, tutte robe elettrochimiche. Ma chi muove i fili? Chi ha piazzato i circuiti? Chi ha organizzato i microchip?

Durante il sonno dunque ci consegniamo senza difese al riesame da parte della struttura filogenetica. Lei la sa lunga e non sbaglia mai, perché viene da troppo lontano per portarsi ancora dietro errori, li ha già scartati tutti strada facendo. E lei non sta lì a riparare i nostri danni, registra solo: così va bene, così va male. Al massimo lascia una traccia di questo screening, che con una appropriata decodifica (lo psicanalista? la medicina cinese?) potrebbe rivelarsi un segnale: una psoriasi, un calcolo al fegato, una depressione suicidale, una gotta, un tumore. Se lo capiamo, bene, forse riusciremo a correggere la deviazione e a sopravvivere ancora un po’, se no pazienza, tanto lei ne ha così tanti su cui contare. Oppure – caso raro ma possibile, uno su mille miliardi – verifica se qualche nostra imprevista germinazione deviante, biologica, psicologica o solo comportamentale, non possa per caso rivelarsi utile a quel suo misterioso progetto: se siamo casualmente  portatori di qualche novità utile, e in quel caso già la vedo gongolare di piacere e dire: questo è bene, finalmente un passo avanti.

Un passo verso dove? Verso una maggiore complessità, verso un maggiore controllo dell’ambiente, un maggiore dominio della Terra, della materia, un aumento delle potenzialità del corpo, una dilatazione dei sensi, maggiori prestazioni fisiche o intellettive, migliore percezione della realtà, maggiori abilità, crescita di conoscenza.

O forse non lo sa nemmeno lei. Lei, la filogenesi racchiusa nel DNA,  si limita a controllare che tutto proceda come si deve, come si è sempre fatto, mentre per l’evoluzione lei si limita a fare da spettatrice indifferente. Un notaio, un burocrate che registra una variazione nella banca dati desossiribonucleica, poi quello che sarà sarà. Però questo non le impedisce di controllare comunque la nostra vita, di dire quello che va bene e quello che va male. Ma lei non lo sapeva da prima, lo ha capito solo dopo che NOI abbiamo dimostrato col sudore della fronte e con la morte degli inadatti che quella variazione andava bene.  Lei si appropria di questa conoscenza. La codifica e alla fine sembra quasi essere lei l’origine. No, lei è soltanto un burocrate conservatore, anzi, reazionario, perché non registra le novità fino a che queste non hanno dimostrato più che ampiamente, attraverso la vittoria sul campo e l’eliminazione dei non aggiornati, l’utilità della sua carica innovativa.

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