il vascello trasparente

navigare alla ricerca del senso delle cose

Archivio per luglio 2009

La città nel deserto

Pubblicato da bibop su 16 luglio 2009

Non era tanto la desolante mancanza di vento, né l’inquietante assenza di forme di vita e di spazi ombrosi, né il sole bollente. Quello che mordeva lo stomaco di Ruben, oltre alla fame, era la troppo lunga mancanza di umani con i quali scambiare due parole o magari verificare in qualche modo la propria  esistenza, sapere di esserci in relazione a qualcuno o a qualcosa. Era solo, di una solitudine che lo stupiva, era anzi terrorizzato, lui che si era sempre vantato di star bene solo con se stesso. Quant’era che viaggiava in quel brutto deserto? Forse più di un mese, o un anno, certo una vita. Fantasticava sulla linea spezzata delle montagne che in lontananza separavano la terra dal cielo, una linea d’orizzonte alla quale attribuiva di volta in volta le sembianze di un villaggio, di un animale, di una donna sdraiata, di un accampamento berbero. Come fanno i bambini con le nuvole, questo gioco gli faceva compagnia, esercitava il suo pensiero – ed il ricordo – attorno a qualche idea o immagine di altri umani, e scacciava così il pensiero ossessivo di essersi trasformato, di essere diventato della stessa materia sabbiosa della desolazione in cui era immerso. Se questo  gioco lo consolava, nello stesso tempo lo gettava nello sconforto più totale: era consapevole che immaginare cose piacevoli o persone collocate esattamente all’orizzonte, cioè in quel luogo che per definizione si allontana man mano che tentiamo di raggiungerlo, era una scorciatoia per la disperazione. Crudeli metaossimori, il suo fantasticare su una realtà di fantasia, il suo tornare ad andare verso l’allontanarsi, terrificante metafora della sua condizione attuale e pura realtà. Si avvitava così in meditazioni senza uscita. Era dunque questo il significato dell’esistenza? Era questa la conclusione di tutto? Era dunque qui, in questo deserto di solitudine infinita ed ingannevole che risiedeva il senso della vita? Era questa meditazione forzata ed estrema lo scopo della filogenesi, del mondo, del cosmo?  Per questo era stata stabilita la misteriosa corrispondenza tra energia e materia che ha costruito tutto? Questo il destino finale dello sforzo umano?

Finché il desiderio o il destino gli mostrò maestose le mura della città. Enormi, alte qualche decina di metri, lunghe centinaia. Il senso di esclusione che quelle mura violentemente gli comunicavano accrebbe il suo desiderio di attraversarle, di incontrare altri esseri umani, e l’ambigua sensazione di precarietà che i mattoni di fango gli suggerivano gli leniva la paura dell’ignoto dietro quelle mura, che pur lo teneva.

Si diresse verso la porta della città. Due guardiani obesi e muscolosi chiudevano il passaggio, le braccia poggiate su enormi scimitarre. Chiesero documenti. Veramente non ne ho. Lo indirizzarono in uno sdrucito ufficio subito oltre la porta. Cominciò a riempire con i suoi dati il modulo che gli era stato consegnato, ma alla voce “specialista in” non seppe cosa scrivere e chiese lumi ad un grigio e disinteressato funzionario. “devi indicare una cosa che sai fare solo tu, ma che sia  speciale. Se no non ti fanno entrare. Tutti, per entrare in città, abbiamo dichiarato di saper fare qualcosa di speciale. Ma bada, devi dichiarare qualcosa che nessuno ha già dichiarato”.
Iniziò una trattativa che scosse un po’ l’atarassia del funzionario e quasi parve divertirlo. “C’è già” rispondeva ad ognuna delle abilità che Ruben proponeva, consultando il librone con l’elenco delle abilità già dichiarate.  “So suonare il flauto ad acqua” “C’è già”. “So saltare cinque metri con l’asta” “C’è già”. Dopo un estenuante elencazione delle sue abilità, Ruben stizzito esagerò polemico “allora so volare, e facciamola finita” “volare… non c’è. Bene, scrivi pure che sai volare”. Era esausto, e non se la sentì di spiegare che la storia del volo era una iperbole polemica: tacque e si mise in tasca il foglio con il timbro che gli permetteva finalmente di entrare in città.

Finalmente. Gente, caos, chiasso, confusione. Piano piano, col passare dei giorni, tornò a sperimentare i sentimenti che gli umani provano nelle relazioni con i loro simili: paure, aspettative, amicizie, gioie, soprusi, amori, patimenti, litigi, dolori, piaceri, sensi di colpa. E poi ancora, col passare del tempo e delle stagioni, potere, lotte, gente buona, gente cattiva, gratificazioni, frustrazioni, lavoro, fatica, accettazioni, esclusioni, prestigio, fama, onori, disprezzo, fedeltà, tradimento, pietà, stress, cambiamento: quella città era la vita. Vi si immerse felice, dimenticando i violenti eccessi climatici e la solitudine drammatica del deserto. Per sette anni visse felice, uomo tra gli uomini, stimato e amato, una vita intensa e piena di interessi, relazioni e amicizie.

Una sera d’estate era seduto in un bar con alcuni amici a chiacchierare e fumare del buon hashish. La discussione verteva sulla strana natura di quel luogo e di come ciascuno avesse dovuto dichiarare la sua speciale abilità. Gli amici avevano già dichiarato la loro ed ora toccava a lui. L’hashish aveva abbassato la soglia delle sue difese, così decise di svelare quel piccolo inganno, o meglio, equivoco, della sua dichiarazione. “Pensate, io ho dovuto dire che so volare!!” disse un po’ sottovoce, guardando con la coda degli occhi prima a destra e poi a sinistra. Tutti fecero “Ooo…”, ma il più anziano gli disse, con fare altrettanto circospetto “zitto, non farti sentire”. Ma era troppo tardi. Due guardie in borghese, sedute al tavolo a fianco, gli chiesero i documenti. Lui li mostrò, e alla voce “abilità” c’era scritto: sa volare. “Prego, voli”. “Cosa?” “Qui c’è scritto che lei sa volare, dunque voli”.

Meno di un’ora dopo, espulso dalla città, si ritrovò nella stessa condizione di sette anni prima, con il deserto intorno, immerso nella solitudine, al freddo della notte e al caldo torrido del giorno. E con le idee maledettamente più confuse di allora.

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IL SUPERVIDEOGIOCO

Pubblicato da bibop su 9 luglio 2009

Sulla Terra

Finalmente, nel 92.745 dopo Cristo, gli uomini erano riusciti a decifrare il Messaggio. La scoperta, che aveva sconvolto il mondo, era stata effettuata quasi casualmente da due ragazzini indiani mentre elaboravano una tesi di laurea sulle interferenze gravitazionali con, appunto, la radiazione di fondo dell’universo. Ebbene, la radiazione cosmica di fondo non era, come si era sempre creduto, solo la traccia residuale del big bang, ma conteneva impercettibili discontinuità coerenti, dunque un significato: era un “Messaggio”, una comunicazione di qualcuno che sembrava sfidare l’umanità a decodificarlo e ad interagire con esso. I due ragazzi indiani avevano infatti scoperto alcune modulazioni infinitesime, ma regolari e ricorrenti, nell’ampiezza della radiazione. Era una modulazione sicuramente non casuale, in una sequenza sicuramente logica, sicuramente indotta artificialmente e volontariamente da qualcuno. Era la prova che qualcuno o qualcosa, dio o uno scienziato pazzo di un’altra dimensione, stava cercando – dalla bellezza di quindici miliardi di anni – di comunicare con qualunque cosa fosse stato in grado di captare  il segnale, decodificarlo, capirlo e rispondere.
Dunque c’era qualcuno o qualcosa che la sapeva più lunga di noi, qualcuno che, per  aver lasciato un segnale nella radiazione di fondo (la traccia del big bang) doveva necessariamente preesistergli. Era dunque il dio di tutte le religioni che finalmente si manifestava sul serio? Una follia all’apparenza, eppure un dato di realtà, inconcepibile ma vero. L’evento, naturalmente, aveva mandato in cantina la nascita di Cristo e dato il via ad una nuova numerazione degli anni: l’anno zero divenne, per tutte le civiltà, quello della scoperta del vero “Messaggio” di dio e non più quello della sua presunta nascita sulla terra sotto forma di uomo.

Fu subito chiaro a tutti i crittografi che l’interpretazione di quella modulazione avrebbe richiesto un bel po’ di tempo.
Nell’anno 2.835 DM (dopo il Messaggio), dopo quasi tremila anni di sforzi congiunti di tutte le istituzioni scientifiche del mondo e delle comunità umanizzate interplanetarie ed intergalattiche, utilizzando la rivoluzionaria tecnologia gravitonica, computer bionici e sfruttando le proprietà olografiche della materia, gli uomini erano finalmente riusciti a costruire un’antenna spaziale immensa, costituita da una rete trasmettitori potentissimi, dislocati su una serie di pianeti di varie stelle della nostra galassia. Quest’antenna, utilizzando la curvatura della galassia, riusciva a trasmettere  onde herziane a frequenze lunghissime che riuscivano ad entrare in risonanza con lo stesso Messaggio scritto nella radiazione di fondo dell’universo, utilizzandolo per acquisire, con successivi rimbalzi, una velocità pazzesca, superiore a quella della luce, contraddicendo dunque a tutte le statuizioni scientifiche fino ad allora acquisite, e così come era stato previsto fin dai primi studi iniziati subito dopo la scoperta dell’esistenza di un messaggio. Così il messaggio umano, che modificava le onde herziane nelle stesse porzioni d’onda  utilizzate dal Messaggio, era riuscito a superare i confini dell’universo e spingersi al di fuori di esso, dovunque questo fuori fosse. Il progetto si chiamava non a caso Creator, perché aveva l’ambizione di realizzare il sogno eterno dell’umanità: comunicare con il Responsabile Primo, così come si era manifestato, del Creato, e questo, possibilmente, prima che il sole si spegnesse, ormai tra pochi miliardi di anni, senza che fossimo venuti a capo di nulla. E stavolta non per sua gentile concessione, come sembrava essere accaduto ai primordi dell’umanità con i vari inviati da dio sulla terra, ma per esplicita richiesta dell’umanità, su sua iniziativa.

Poi, dopo soli 11 anni, nel 2.846, il grande giorno: il segnale che per milioni di anni era rimasto identico a se stesso, mostra modificazioni nella frequenza. Era una risposta al contatto!  Sembrava clamorosamente dire “bravi, ci siete riusciti” trasmesso ininterrottamente nelle oltre 32.000 lingue conosciute. L’Umanità è in visibilio. Tutte le diciotto religioni praticate sulla Terra ci mettono il cappello, riconoscendo subito il loro Dio, che si complimenta con gli uomini perché finalmente sono riusciti a comunicare con Lui, come era nei suoi desideri, compiendo così il percorso che conferisce senso all’esistenza.

Tutti i filosofi sono però nel panico: se questo è il fine, vuol dire anche che questa è la fine. O forse l’inizio di una nuova dimensione dell’umanità, la sua divinizzazione. In ogni caso in meno di 400.000 anni (una bazzecola rispetto ai 5 miliardi di anni dell’età della terra, o ai 15 dello stesso universo) la materia bruta delle origini si è autorganizzata, ha acquisito capacità di non disperdere le informazioni acquisite trasmettendole con l’invenzione della vita, è arrivata ad acquisire consapevolezza di sé e del mondo con la forma uomo, fino a possedere una coscienza e finalmente a riconoscere il suo creatore ed ora a comunicare con lui. Un  miracolo vero, l’avvenimento più sensazionale dell’intera storia dell’umanità e dello stesso universo. E però il senso di tutto ciò continuava a sfuggire alle analisi più approfondite. Bisognava ancora capire, chiedere, e scienza e filosofia cercavano ora la domanda da fare per capire meglio. La prima reazione, suggerita dalla comunità scientifica e religiosa all’unisono, fu di mandare con lo stesso mezzo la domanda “perché?”

Altrove

In casa c’è la solita agitazione di prima di cena. La mamma chiama “è prontoooo!”
Quasi tutti sono a tavola. Manca lui, sempre il solito, che si attarda a giocare con il suo nuovissimo quac, il computer quantico per ragazzi. Anche suo fratello ne ha uno, ma è molto più bravo di lui a creare programmi divertenti. Eppure oggi, dopo averci lavorato per un pomeriggio intero,  gli sembra di aver fatto centro, di aver creato un programmino niente male, che lascerà a bocca aperta fratello, genitori ed amici. Aveva creato nella sezione olografica del computer quantico delle unità di carbonio capaci non solo di riprodurre se stesse, ma anche di registrare tutte le informazioni provenienti dal loro ambiente utili alla propria riproduzione, e addirittura di trasmettere tali informazioni alle generazioni successive. Ebbene, dopo aver fatto girare il programma per una mezz’oretta, gli sembrava di aver decodificato un segnale di risposta proveniente proprio da quelle unità carbonio: la risposta alla richiesta di feed back  che aveva sistemato alla fine del suo programma (se capite questo segnale, bravi, ci siete riusciti!). Il segnale, decrittato, domandava “perché?” ed esigeva una risposta.

“Aspetta, mamma, sto finendo un lavoro …”

“Vieni a tavola che si fredda tutto”.
“Aspetta mamma… solo un momento, non posso lasciare ora…
“Allora ti decidi ?..”
Si stava rendendo conto del risultato pazzesco del suo gioco-programma: aveva creato delle vere e proprie “aspettative” in semplici ammassi di atomi, aveva in qualche modo reso “coscienti” delle unità carbonio, della materia bruta, una cosa sicuramente contro le tutte le leggi, gli statuti e i regolamenti sulla creazione, e questo gli dava un leggero senso di paura e di nausea.
“Aspetta, mamma, qui è successo un casino… una cosa incredibile…”
“Ora basta! Vieni a tavola” . La mamma, spazientita, entra nella sua stanza e con un gesto stizzito spegne il suo quac. Senza aver salvato il programma.

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