Non era tanto la desolante mancanza di vento, né l’inquietante assenza di forme di vita e di spazi ombrosi, né il sole bollente. Quello che mordeva lo stomaco di Ruben, oltre alla fame, era la troppo lunga mancanza di umani con i quali scambiare due parole o magari verificare in qualche modo la propria esistenza, sapere di esserci in relazione a qualcuno o a qualcosa. Era solo, di una solitudine che lo stupiva, era anzi terrorizzato, lui che si era sempre vantato di star bene solo con se stesso. Quant’era che viaggiava in quel brutto deserto? Forse più di un mese, o un anno, certo una vita. Fantasticava sulla linea spezzata delle montagne che in lontananza separavano la terra dal cielo, una linea d’orizzonte alla quale attribuiva di volta in volta le sembianze di un villaggio, di un animale, di una donna sdraiata, di un accampamento berbero. Come fanno i bambini con le nuvole, questo gioco gli faceva compagnia, esercitava il suo pensiero – ed il ricordo – attorno a qualche idea o immagine di altri umani, e scacciava così il pensiero ossessivo di essersi trasformato, di essere diventato della stessa materia sabbiosa della desolazione in cui era immerso. Se questo gioco lo consolava, nello stesso tempo lo gettava nello sconforto più totale: era consapevole che immaginare cose piacevoli o persone collocate esattamente all’orizzonte, cioè in quel luogo che per definizione si allontana man mano che tentiamo di raggiungerlo, era una scorciatoia per la disperazione. Crudeli metaossimori, il suo fantasticare su una realtà di fantasia, il suo tornare ad andare verso l’allontanarsi, terrificante metafora della sua condizione attuale e pura realtà. Si avvitava così in meditazioni senza uscita. Era dunque questo il significato dell’esistenza? Era questa la conclusione di tutto? Era dunque qui, in questo deserto di solitudine infinita ed ingannevole che risiedeva il senso della vita? Era questa meditazione forzata ed estrema lo scopo della filogenesi, del mondo, del cosmo? Per questo era stata stabilita la misteriosa corrispondenza tra energia e materia che ha costruito tutto? Questo il destino finale dello sforzo umano?
Finché il desiderio o il destino gli mostrò maestose le mura della città. Enormi, alte qualche decina di metri, lunghe centinaia. Il senso di esclusione che quelle mura violentemente gli comunicavano accrebbe il suo desiderio di attraversarle, di incontrare altri esseri umani, e l’ambigua sensazione di precarietà che i mattoni di fango gli suggerivano gli leniva la paura dell’ignoto dietro quelle mura, che pur lo teneva.
Si diresse verso la porta della città. Due guardiani obesi e muscolosi chiudevano il passaggio, le braccia poggiate su enormi scimitarre. Chiesero documenti. Veramente non ne ho. Lo indirizzarono in uno sdrucito ufficio subito oltre la porta. Cominciò a riempire con i suoi dati il modulo che gli era stato consegnato, ma alla voce “specialista in” non seppe cosa scrivere e chiese lumi ad un grigio e disinteressato funzionario. “devi indicare una cosa che sai fare solo tu, ma che sia speciale. Se no non ti fanno entrare. Tutti, per entrare in città, abbiamo dichiarato di saper fare qualcosa di speciale. Ma bada, devi dichiarare qualcosa che nessuno ha già dichiarato”.
Iniziò una trattativa che scosse un po’ l’atarassia del funzionario e quasi parve divertirlo. “C’è già” rispondeva ad ognuna delle abilità che Ruben proponeva, consultando il librone con l’elenco delle abilità già dichiarate. “So suonare il flauto ad acqua” “C’è già”. “So saltare cinque metri con l’asta” “C’è già”. Dopo un estenuante elencazione delle sue abilità, Ruben stizzito esagerò polemico “allora so volare, e facciamola finita” “volare… non c’è. Bene, scrivi pure che sai volare”. Era esausto, e non se la sentì di spiegare che la storia del volo era una iperbole polemica: tacque e si mise in tasca il foglio con il timbro che gli permetteva finalmente di entrare in città.
Finalmente. Gente, caos, chiasso, confusione. Piano piano, col passare dei giorni, tornò a sperimentare i sentimenti che gli umani provano nelle relazioni con i loro simili: paure, aspettative, amicizie, gioie, soprusi, amori, patimenti, litigi, dolori, piaceri, sensi di colpa. E poi ancora, col passare del tempo e delle stagioni, potere, lotte, gente buona, gente cattiva, gratificazioni, frustrazioni, lavoro, fatica, accettazioni, esclusioni, prestigio, fama, onori, disprezzo, fedeltà, tradimento, pietà, stress, cambiamento: quella città era la vita. Vi si immerse felice, dimenticando i violenti eccessi climatici e la solitudine drammatica del deserto. Per sette anni visse felice, uomo tra gli uomini, stimato e amato, una vita intensa e piena di interessi, relazioni e amicizie.
Una sera d’estate era seduto in un bar con alcuni amici a chiacchierare e fumare del buon hashish. La discussione verteva sulla strana natura di quel luogo e di come ciascuno avesse dovuto dichiarare la sua speciale abilità. Gli amici avevano già dichiarato la loro ed ora toccava a lui. L’hashish aveva abbassato la soglia delle sue difese, così decise di svelare quel piccolo inganno, o meglio, equivoco, della sua dichiarazione. “Pensate, io ho dovuto dire che so volare!!” disse un po’ sottovoce, guardando con la coda degli occhi prima a destra e poi a sinistra. Tutti fecero “Ooo…”, ma il più anziano gli disse, con fare altrettanto circospetto “zitto, non farti sentire”. Ma era troppo tardi. Due guardie in borghese, sedute al tavolo a fianco, gli chiesero i documenti. Lui li mostrò, e alla voce “abilità” c’era scritto: sa volare. “Prego, voli”. “Cosa?” “Qui c’è scritto che lei sa volare, dunque voli”.
Meno di un’ora dopo, espulso dalla città, si ritrovò nella stessa condizione di sette anni prima, con il deserto intorno, immerso nella solitudine, al freddo della notte e al caldo torrido del giorno. E con le idee maledettamente più confuse di allora.