il vascello trasparente

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Archivio per novembre 2006

Inconscio e dna: è la filogenesi che ci controlla

Pubblicato da bibop su 6 novembre 2006

mare inconscio

La tesi che sostengo è che il sonno è il momento in cui gli esseri umani portano quotidianamente la loro esistenza a fare il tagliando di verifica, una messa a punto, dalla concessionaria del Produttore: la “Filogenesi”, quella speciale azienda che, per conto del Produttore, ci immette nel circuito della vita, e che si nasconde dentro al DNA.
Il sonno stacca la spina del telefono e nessuna informazione esterna arriva più dai cinque sensi per farsi decodificare, interpretare, per richiedere strategie di risposta. Il corpo lascia la mente libera da questo faticoso lavoro e dalla conseguente responsabilità di analizzare le reazioni possibili e di produrre le risposte necessarie e possibilmente adeguate. E produce il sogno, che “rielabora e combina i temi archetipici, cioè nati prima del sognatore, con ricordi ricevuti dalla sua esperienza”, come dice Luigi Zoja nel suo “Contro Ismene”. Vale a dire che mette in relazione dati dell’esperienza con qualcosa che preesiste al”individuo. Ma come mette in relazione? Dove sta questo qualcosa che preesiste all’individuo?

Quando la mente è libera dai volgari compiti della quotidianità e della sopravvivenza, allora si può occupare di qualcosa di superiore, si può concentrare, può ascoltare il proprio corpo, può ascoltare la musica delle sue cellule, può andare a rileggere il suo Corano, la sua Bibbia, il suo libro sacro,  a riascoltare i suoi precetti fondamentali nel suo libretto di istruzioni: il DNA.

Durante il sonno l’attività elettrica del cervello si mantiene molto intensa. Eppure non ha da svolgere tutti i pesanti i compiti di decodificazione e interpretazione dei segnali del mondo esterno, di elaborazione, organizzazione e trasmissione delle risposte, di ricerca, assunzione e ottimizzazione delle risorse. La sua attività è tutta interna, le comunicazioni sono tutte interne.

La filogenesi, attraverso il dna, controlla (= comunica = manda segnali e riceve risposte) ogni singola cellula, e con esse ogni singola struttura specializzata, e con esse ogni organo, e con esse ogni attività, anche quelle che definiamo superiori.
Non sappiamo come avviene  questo particolare tipo di comunicazione. Sappiamo più o meno come comunicano le cellule tra di loro, sappiamo più o meno come funzionano i vari neurotrasmettirori, sappiamo che le informazioni circolano nel nostro corpo e nel cervello attraverso un complesso sistema elettrochimico.
Ma qui, nel limbo onirico, si tratta di comunicazione tra una molecola portatrice di tutto il sapere del mondo ed il semplice corpo senza coscienza di un povero cristo.
E’ sconvolgente sapere, ma dobbiamo prenderne atto, che il 98% dei nostri geni sembra non servire a niente, o almeno non serve a codificare proteine. Questo 98%, dicono gli scienziati,  sembra svolgere funzioni di strutturazione fisica del genoma all’interno del nucleo, cioè funzioni di tipo architetturale e di regolazione dell’espressione genica. Che vorrà dire? Io sostengo che quel 98% del nostro genoma ha a che fare con serve a fare un quotidiano check up, un controllo di qualità: lì dove c’è scritta tutta la storia dell’evoluzione, lì dove ci sono informazioni in grado di far percorrere ad un embrione tutte le tappe dell’evoluzione in soli nove mesi, da cellula ad essere umano, e poi ancora da neonato ad adulto, lì  sono anche previste le necessarie verifiche, i controlli di come la macchina sta andando avanti, di come procede nel percorso questo ennesimo esemplare di unità a base di carbonio.
Il sonno dunque è il momento migliore per verificare se la macchina funziona ancora secondo gli standard stabiliti dal piano di fabbricazione, per controllare se ci sono messe a punto da fare, squilibri da sanare, confusioni da chiarire, pezzi da rinforzare, scorie da eliminare. Una sorta di autoverifica se i dati ed i valori attuali corrispondono al piano di costruzione o no. Un auto-check effettuato riconnettendosi alle informazioni di partenza, la filogenesi, a quelle regolette scritte nel nostro dna, a quel processo misterioso che ha raccolto e memorizzato informazioni (utile/non utile, buono/non buono, bene/non bene, ecc.) per milioni di anni, radunandole in un chip di memoria, il dna appunto, e fornendole ad ogni cellula degli esseri viventi, come un libretto di istruzioni in grado non solo di far funzionare al meglio la macchina, ma addirittura di fare delle messe a punto strada facendo, di verificare, in particolare durante il sonno, lo stato dell’arte e di tenere il buono e scartare il cattivo, immagazzinare il grano ed espellere il loglio.

Quello che Freud ha chiamato inconscio è in realtà esattamente questo: la verifica dello stato attuale della nostra vita che la filogenesi, mediante il DNA,  compie durante il sonno, a bocce ferme, cioè mentre la nostra parte meccanica e relazionale è in catalessi, in breve letargo, e le nostre funzioni vitali assorbono pochissima energia così l’esame si prende tutta quella che le serve.
Lei, la filogenesi, controlla quali cazzate stiamo facendo per rovinarci la vita, quali falsi obiettivi ci stiamo dando per essere infelici, a quali fatiche inutili o insensate ci sottoponiamo, di quali inutili anzi dannose informazioni abbiamo stipato i nostri magazzini e così via.
Noi chiamiamo, con un certo orgoglio, psicanalisi quel grossolano processo di indagine su alcuni sintomi del malessere: se riceviamo o no amore e stima, come ci valutiamo in base ai criteri che l’ambiente ci ha proposto, lo stato dei nostri legami affettivi, e così via. Ma in realtà il vero oggetto di indagine del profondo è l’indagine che compie lei, la filogenesi: sapere se la nostra esistenza è o no in linea con la saggezza, l’esperienza, le indicazioni della filogenesi. Stanno lì gli “archetipi” di cui parla Jung. E se non lì, dove altro? In quale altro luogo del corpo umano possono risiedere consapevolezze di antichi divieti, di oscure divinità, di misteriose acquisizioni e idee innate, predeterminate e preesistenti all’individuo stesso?

A differenza della psicanalisi, la filogenesi non è interessata a sapere (o a farci sapere) perché stiamo facendo tutte le cazzate che facciamo: che gliene frega? Non ci rivela – né le interessa saperlo – come mai abbiamo deciso di farci del male o chi ci ha convinto a farlo, non ci dice quali informazioni abbiamo – volutamente o no – male interpretato, non ci svela chi ci ha ingannato. Questo non è suo compito, la filogenesi non dà giudizi sulla nostra capacità di capire o sulle nostre qualità. Lei se ne frega: se non andiamo bene noi lei ha altri miliardi di strutture a base carbonio analoghe alla nostra su cui contare. Lei verifica solo se noi siamo allineati oppure no, se stiamo facendo (=essendo) quella cosa (quale cosa?) per cui tutto il meccanismo si è messo in moto, da prima del big bang, dalla creazione dell’energia, dalla formazione della materia in poi. Se stiamo tenendo conto di una esperienza miliardennaria, se stiamo o no nel solco del pazzesco e misterioso cammino che dalla materia inorganica, dai sassi e dal fuoco, ha condotto alla materia organica, alla vita, e poi dalla vita elementare di pura riproduzione, a quella complessa di controllo dell’ambiente, di ottimizzazione delle disponibilità e dello sfruttamento delle risorse, agli animali, all’uomo, al pensiero, alla coscienza di sé, alla conoscenza.

Quando potremo capirci qualcosa? Qualche scienziato vorrà indagare, e poi spiegarcelo, su come avviene questo benedetto controllo del dna sulla cellula? Chi è (= qual è il meccanismo comunicativo) che dice alla cellula embrionale di organizzarsi (??!!) e, per esempio di andare, scusate la boutade, a fare un culo? E come fa la struttura del dna prima a capire e poi a segnalare che qualcosa non va? Perché, dove e in che modo avvengono l’elaborazione e la redazione del messaggio, la codificazione e trasmissione di dati, in quale mezzo fisico passano, chi riceve, chi decodifica, chi confronta tra i dati ricevuti con quelli campione conservati da qualche parte, chi effettua la verifica di congruità, chi elabora la risposta, la codifica e la trasmissione della risposta e la sua ricezione. Certo, tutte robe elettrochimiche. Ma chi muove i fili? Chi ha piazzato i circuiti? Chi ha organizzato i microchip?

Durante il sonno dunque ci consegniamo senza difese al riesame da parte della struttura filogenetica. Lei la sa lunga e non sbaglia mai, perché viene da troppo lontano per portarsi ancora dietro errori, li ha già scartati tutti strada facendo. E lei non sta lì a riparare i nostri danni, registra solo: così va bene, così va male. Al massimo lascia una traccia di questo screening, che con una appropriata decodifica (lo psicanalista? la medicina cinese?) potrebbe rivelarsi un segnale: una psoriasi, un calcolo al fegato, una depressione suicidale, una gotta, un tumore. Se lo capiamo, bene, forse riusciremo a correggere la deviazione e a sopravvivere ancora un po’, se no pazienza, tanto lei ne ha così tanti su cui contare. Oppure – caso raro ma possibile, uno su mille miliardi – verifica se qualche nostra imprevista germinazione deviante, biologica, psicologica o solo comportamentale, non possa per caso rivelarsi utile a quel suo misterioso progetto: se siamo casualmente  portatori di qualche novità utile, e in quel caso già la vedo gongolare di piacere e dire: questo è bene, finalmente un passo avanti.

Un passo verso dove? Verso una maggiore complessità, verso un maggiore controllo dell’ambiente, un maggiore dominio della Terra, della materia, un aumento delle potenzialità del corpo, una dilatazione dei sensi, maggiori prestazioni fisiche o intellettive, migliore percezione della realtà, maggiori abilità, crescita di conoscenza.

O forse non lo sa nemmeno lei. Lei, la filogenesi racchiusa nel DNA,  si limita a controllare che tutto proceda come si deve, come si è sempre fatto, mentre per l’evoluzione lei si limita a fare da spettatrice indifferente. Un notaio, un burocrate che registra una variazione nella banca dati desossiribonucleica, poi quello che sarà sarà. Però questo non le impedisce di controllare comunque la nostra vita, di dire quello che va bene e quello che va male. Ma lei non lo sapeva da prima, lo ha capito solo dopo che NOI abbiamo dimostrato col sudore della fronte e con la morte degli inadatti che quella variazione andava bene.  Lei si appropria di questa conoscenza. La codifica e alla fine sembra quasi essere lei l’origine. No, lei è soltanto un burocrate conservatore, anzi, reazionario, perché non registra le novità fino a che queste non hanno dimostrato più che ampiamente, attraverso la vittoria sul campo e l’eliminazione dei non aggiornati, l’utilità della sua carica innovativa.

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Fare figli dopo i cinquant’anni – 2

Pubblicato da bibop su 4 novembre 2006

vecchio e bambino

Dopo l’introduzione dell’argomento (vedi più avanti “Fare figli dopo i cinquant’anni”), ho fatto una breve indagine tra conoscenti ed amici. Ecco alcune risposte sulle motivazioni di chi fa figli dopo i cinquant’annni.

La vita media si è allungata, la terza età è vitale e creativa, il benessere è diffuso: è meglio occuparsi di un nuovo figlio piuttosto che passare il tempo a chiedersi come passare il tempo.

Quelli che fanno figli da vecchi sono degli sconfitti (loosers, perdenti) che hanno rinunciato, per pavidità o per incapacità, a lottare per prevalere tra gli altri uomini, e decidono quindi di dare importanza alla cosa più facile, una cosa che sanno fare tutti, anche le bestie, quella di fare figli.

Il ruolo dei genitori ormai è limitato perché all’educazione dei figli ci pensano la Tv e internet. I genitori servono solo a tirare fuori i soldi. Quindi anche un vecchio va bene (è cretina, ma l’ho sentita).

Facciamo quanti più figli possiamo, se no diventeremo tutti cinesi o musulmani, un paese del terzo mondo … (questa è solo per gli stronzi)

Chi fa figli dopo i cinquant’anni? Dei saggi, che hanno capito cos’è veramente importante. Dunque fanno consapevolmente e bene una cosa che tutti fanno in modo più o meno superficiale, quella di fare figli.

Chi fa figli da anziano è un adulto mai uscito dall’adolescenza, un Peter Pan che si trova a suo agio solo con bambini e adolescenti, pedofilo potenziale, incapace di confrontarsi con adulti coetanei.

Fare figli in tarda età è un segno di intensa forza vitale, di tensione verso il futuro, di amore per la vita, di grande disponibilità di amore per l’umanità, di interesse per i vari progetti di vita, di capacità di stupirsi del miracolo della vita, di sanità mentale, di non conformismo.

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Il vuoto

Pubblicato da bibop su 4 novembre 2006

mu

Come è fatto l’universo? Di solito lo immaginiamo come uno spazio riempito da stelle, pianeti e altri oggetti sospesi a mezz’aria. Ma non è proprio così. La realtà è un po’ più allucinante.
Immaginiamo di essere dei supergiganti, e di poter tenere la terra in mano come una biglia: la terra ha il diametro, poniamo, di un centimetro. Per incontrare il sole, che a quella scala è un pallone largo quasi un metro, dobbiamo camminare per soli ottanta metri, mentre per plutone, il pianeta più lontano, dovremo camminare per più di tre chilometri. Sembrano tanti?. Bene. Ora, per incontrare la stella più vicina della nostra galassia, Proxima Centauri, a questa scala (la terra ha un centimetro di diametro, il sole, sta a ottanta metri ed è largo meno di un metro), partendo per esempio dal centro di Roma dobbiamo camminare… quanto? Fino al raccordo anulare? Di più. Fino ad Orvieto? Di più. fino a Milano? di più. Fino a Londra? di più. Fino a Mosca? Di più. Fino a New York? di più. Fino alla Luna? Ancora di più: dobbiamo arrivare a metà strada tra la Terra e Venere, quelli veri. E tra il pallone di circa un metro (il sole) al centro di Roma e quest’altro pallone quasi uguale, a metà strada tra Terra e Venere, è tutto vuoto! Niente. Nulla. Un granellino di polvere ogni 100.000 chilometri. Non parliamo poi della galassia più vicina: per arrivarci, sempre a questa scala, dovremo fare 500.000 (cinquecentomila) volte la strada fatta per incontrare la stella più vicina. E tra qui e lì, sempre tutto vuoto, il nulla. Poi però, per la fine dell’universo ormai manca poco: solo 2000 volte la strada fatta finora (cioè fino alla galassia più vicina).
Come ti senti? Un po’ solo, nel vuoto assoluto? Anch’io.
E se questo non basta a spaventarti, allora senti qua: se vuoi andare in giro per l’universo, sappi che viaggiando alla velocità della luce (alla quale non si potrà mai arrivare perché a quella velocità la materia scompare e si trasforma in energia) devi viaggiare per 26.000 (ventiseimila) anni per arrivare al centro della nostra galassia. Se vuoi cambiare galassia devi mettere in programma un viaggio, sempre alla velocità della luce, di 2.300.000 (due milioni e trecentomila) anni. Per arrivare all’ultima galassia, alla fine dell’universo, non te lo dico, tanto non ci crederesti (e neanche capiresti di che stiamo parlando). Anzi, tre lo dico: più di quattro miliardi di anni.

Tutto, essere e non-essere, è nulla. Perciò ogni dottrina buddhista insegna che nella nostra vera essenza tutto, essere e non-essere, è nulla.

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Alla fine del tempo

Pubblicato da bibop su 4 novembre 2006

ufo

Il sole si spegnerà tra cinque miliardi di anni: è un dato incontrovertibile, definitivo, inoppugnabile, inevitabile. Quando il sole si spegnerà, tutto sarà finito, niente energia, niente vita, tutti morti, tutto morto, abbiamo scherzato.
Dunque tutto finirà. Da qui una serie infinita di “perché” tanto inutili quanto impossibili da evitare.

Ma intanto immaginiamo: ci sarà l’umanità nell’anno, per dire, 126.845 dopo Cristo? Saremo come adesso (se ci saremo)? L’uomo non evolve più da 100.000 anni, perciò in quell’anno potremmo anche essere uguali ad ora, chissà, però circondati da robot bionici che faticano per noi.
E se dal 126.845 saltiamo vertiginosamente, sempre per dire, all’anno 2.467.924? Qualche mutazione nella specie umana sarà sicuramente avvenuta: saremo tutti calvi, o saremo tutti obesi, oppure avremo tutti un capoccione enorme. La terra, probabilmente, girerà attorno al sole sempre in 365 giorni, ma, tanto per dire, avremo sicuramente trovato un altro anno di partenza, perché Cristo non resisterà certo così a lungo. Magari saremo nel 40.982 dopo il Grande Disastro o nel 3295 dopo il Grande Incontro.
Ok, ma, se ci basta l’animo, andiamo oltre, proviamo a pensare all’anno 2.345.865.321, dico, due miliardi e rotti: staremo ancora a litigare tra ricchi e poveri? E ancora un po’ più in là, alla fine, verso l’anno (del signore) 4.345.568.342, ammesso che ci si arrivi, col sole che si sta spegnendo e fa sempre meno luce e meno calore, con le risorse alimentari al lumicino, con le guerre (con i bastoni?) per l’acqua e con la consapevolezza che, sia come sia, dovremo comunque sparire tutti tra poco (oddio, tra poco, sì, ma sempre tra quei 10 o 20 mila anni, hai voglia a campare…) e che tutta la storia dell’umanità svanirà nel nulla, come se non fosse mai esistita, come un sogno che al mattino non ti ricordi più? Che vita sarà? Finirà in un mostruoso spleen collettivo, tutti come il robot di blade runner che piange impotente la fine della sua inutile ma splendida vita e la perdita delle sue esperienze, come un videogioco quando si spegne il computer. E quali saranno le priorità dell’umanità? Che diranno i politici, i filosofi, gli intellettuali? E gli asceti, e i guerrieri, e che diranno gli adulti ai bambini? E che diranno i bambini?

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Fare figli dopo i cinquant’anni – 1

Pubblicato da bibop su 3 novembre 2006

vecchio e bambino

Siamo tanti e saremo sempre di più. Siamo dei pionieri. Siamo quelli che hanno deciso di fare figli un po’ da grandi, da quasi nonni, cioè dopo aver superato i cinquant’anni.
Non siamo i cinquantenni del secolo scorso (o di quell’altro ancora) che facevano figli anche da vecchi perché deresponsabilizzati, perché tanto ci pensavano le donne, perché tanto ne avevano già altri sette, perché più ne avevi e più producevi, perché erano ricchi e avevano le mogli giovani.
No, siamo una razza diversa, una nuova specie. Facciamo (o, più spesso, rifacciamo) figli nella terza età per scelta, perché ci sembra una buona idea, perché abbiamo più tempo libero e possiamo occuparcene meglio.
Ci tremano un po’ i polsi: ci attende un percorso umano poco sperimentato e sappiamo di correre dei rischi. Non abbiamo amici che hanno già fatto questa esperienza, né libri a cui chiedere consigli, non ci sono guide né manuali per noi. Non abbiamo altri strumenti di navigazione che noi stessi, oltre ad un testardo, stupido, inesplicabile, incosciente ed inguaribile ottimismo di fondo.
Non c’è più la società contadina, che accudiva i bambini di tutti: i nostri bambini non avranno nemmeno nonni giovani di supporto perché i nostri genitori sono invalidi bisognosi di cure o morti. E per di più lo Stato è sempre più avaro di aiuti all’infanzia.
Una strana, originale e misteriosa sollecitazione ci accomuna, e vorremmo scoprire cos’è. Siamo sicuramente protagonisti e testimoni di qualcosa di nuovo, di una specie di mutazione sociologica.
Ma la cosa non ci spaventa più di tanto. Come abbiamo fatto sempre nella vita, ci rimbocchiamo le maniche e cominciamo un’altra avventura, con la consapevole incoscienza che già in passato ci ha dato tante mazzate e tante soddisfazioni e con l’incosciente certezza che da qualche parte faremo uscire le energie, le competenze e le risorse necessarie.
Una buona idea, per noi e per i nostri figli (e per le compagne della nostra vita), è quella di scambiarci idee e pensieri, strategie ed esperienze.
E soprattutto farci coraggio.

Perché facciamo figli quando dovremmo fare i nonni?

Alcune risposte possibili (qual è la tua?)
- Fare figli è la cosa più importante della vita di un uomo, e il resto viene dopo.
- Ora ho più tempo da dedicargli/le.
- Ho ancora energie da spendere ed è sciocco sprecarle.
- Ho tanto da insegnare.
- Un padre saggio è meglio di un padre giovane.
- Mi farà compagnia e si curerà di me quando sarò vecchio.
- Mi piacciono i bambini.
- Finora non ne ho avuto il tempo, la possibilità, non riuscivamo ad avere figli.

Qualche paura (e le tue?)
- Non ce la farò (fisicamente) a giocare a pallone con lui/lei.
- Non gli trasmetterò la necessaria vitalità, la tensione nel sociale, l’entusiasmo per la progettualità, l’ambizione positiva, perché in me sono abbastanza spente.
- I suoi compagni avranno padri che potrebbero essere miei figli: il confronto con me potrebbe nuocergli.
- Morirò prima di aver cessato di essergli necessario.
- Non avrò il sufficiente tasso di sopportazione del casino e dei rumori, né l’attenzione, la curiosità, la cura, la pazienza necessarie per allevare dei figli.
- Mi romperò presto di tutta la tiritera che va dai pannolini alle notti insonni, le feste di bimbi, gli accompagni in piscina con le sudate negli spogliatoi, inglese, musica, elementari, medie, liceo, università e tutte le altre puttanate … aiutooooo!

Pubblicato in: i nuovi anziani | 2 Commenti »

 
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