il vascello trasparente

navigare alla ricerca del senso delle cose

Perché la gente vota Berlusconi

Pubblicato da bibop su 1 ottobre 2009

Qualche numero essenziale, per capirci meglio. Nella campagna elettorale per le elezioni europee, secondo uno studio del Censis (9 giugno 2009), il 69,3 per cento degli elettori si è informato e ha scelto chi votare attraverso le notizie e i commenti dei telegiornali.

I tiggì sono il principale mezzo per orientare il voto soprattutto tra i meno istruiti (in questo caso, siamo al 76 per cento), i pensionati (78,7 per cento) e le casalinghe (74,1 per cento).

È necessario cominciare allora da questa scena. Più o meno sette italiani su dieci – che diventano otto su dieci tra chi è avanti con gli anni, è meno istruito o è donna che lavora in casa e per la famiglia – scrutano la vita, la realtà e il mondo dalla finestra aperta dai telegiornali – tra cui il Tg1 e il Tg5 – da soli – raccolgono e concentrano oltre il 60 per cento del pubblico. Nella cornice di questa finestra buona parte degli italiani matura emozioni, percezioni, paure, insicurezza, fiducia, ottimismo, consapevolezze, orienta o rafforza le sue opinioni. Che cosa vedono, o meglio che cosa gli mostra quella finestra? Nello spazio stretto, quasi indefinito, tra la realtà e la sua rappresentazione mediatica si possono fare molti giochetti sporchi. Per esempio, spaventare tutti con il fantasma di un’inarrestabile criminalità che ci minaccia sulla soglia di casa o eliminare ogni incubo cancellando ogni traccia di sangue e di crimine. Nel secondo semestre del 2007 (governa Romano Prodi), i sei tiggì maggiori dedicano a fatti criminali 3.500 cronache. Nel primo semestre di quest’anno (Berlusconi regnante) 2.000 (fonte, Osservatorio di Pavia, report “Sicurezza e Media”, curato da Antonio Nozzoli). Stupefacente il tracollo di storie nere nel Tg5. Con Prodi a Palazzo Chigi, le cronache criminali sono 900 (secondo semestre 2007). Diventano con Berlusconi 400 (primo semestre 2009). Il Tg1 Rai non giunge a tanto. Le dimezza: da 600 a 300.


È un gioco sporco, facile anche da fare: ometti, sopprimi, trucchi la scena secondo le istruzioni politiche del momento. Più o meno, un gioco delle tre carte. Carta vince, carta perde. Il crimine c’è e ora non c’è più perché il governo lo ha sconfitto o ridimensionato. Se fosse necessaria una nuova stagione di paura e di odio, riapparirebbe nelle mani del sapiente cartaro. In questa tecnica di governo non è necessaria l’azione, l’agire, mettere in campo politiche pubbliche contro il crimine, di sostegno alle imprese e alla famiglie, di protezione sociale per chi perde il lavoro, per fare qualche esempio. È sufficiente comunicare che lo si sta facendo, che lo si è fatto, e magari gridare al “miracolo”. Come per il terremoto dell’Aquila. Ogni settimana, il capo del governo si autocompiace per l’evento incredibile, prodigioso che ha realizzato. Ma è autentico “il miracolo di efficienza”? Se si stila una classifica dei tempi di assegnazione di “moduli abitativi provvisori” si scopre che a San Giuliano di Puglia, i primi 30 moduli furono consegnati a 82 giorni dal sisma, in Umbria a 98 giorni, finanche in Irpinia (dove ci furono 3000 morti e 300 mila sfollati) in 105 giorni mentre in Abruzzo i primi moduli sono stati attribuiti a Onna dopo 116 giorni. Non basta dunque il racconto di un fatto in sé per comprenderlo. Il fatto in sé diventa trasparente soltanto se si rendono accessibili e trasparenti i nessi, le relazioni, i conflitti che vi sono contenuti. Privato della sua trama, delle sue relazioni con il passato e con il futuro, il fatto deteriora a immagine, a spettacolo e dunque è vero perché il fatto è lì sotto i nostri occhi; al contempo, è falso perché è stato manipolato, ma in realtà è finto perché l’immaginazione vi gioca un ruolo essenziale e parlare di “miracolo” – non c’è dubbio – aiuta la fantasia.

Il capolavoro di questa tecnica di comunicazione che diventa disinformazione lo raggiunge, come si racconta a pagina 13, il Tg1 di Augusto Minzolini quando dà conto delle disavventure di Silvio Berlusconi alle prese con gli esiti di una vita disordinata che gli consiglia di candidare a responsabilità pubbliche le falene che ne allietano le notti. Il caso nasce politico: così si rinnovano le élites? Se ne accentua la politicità con l’intervento di Veronica Lario che rivela le debolezze e la vulnerabilità del premier. Berlusconi avverte che in ballo c’è la sua credibilità di presidente del Consiglio. Va in televisione a Porta a porta per spiegarsi. Gioca male la partita. Mente, si contraddice. Gliene si chiede conto. Farfuglia. Tace. Decide di rivolgersi a un giudice per vietare che gli si facciano anche delle domande. È l’ordito di un “caso” che diventa (a ragione) internazionale. Il Tg1 lo spoglia di ogni riferimento. Dà conto soltanto degli strepiti del Capo: “complotto”, “trama eversiva”. Si lascia galleggiare quest’accusa. Contro chi? Perché? Che cosa è accaduto? Non lo si dice. Appare la D’Addario. Ha trascorso una notte con il capo del governo, è stata candidata alle elezioni. È la conferma dell’interesse pubblico dell’affare, è la prova della ricattabilità di Berlusconi. Minzolini fa finta di niente. Cancella i rilievi dei vescovi; della figlia di Berlusconi, Barbara; l’attenzione della stampa internazionale. Spinge in un altro segmento del notiziario il destino del direttore dell’Avvenire, accoppato per vendetta dal giornale del Capo; i traffici di Gianpaolo Tarantini, il ruffiano di Palazzo Grazioli. Senza contesto e riferimenti, che cosa può comprendere quel 69,3 per cento di italiani che si informa soltanto attraverso le notizie del Tg? Nulla. Non comprenderà nulla e potrà bere come acqua di fonte che si tratta soltanto, come dice il direttore del Tg1, “dell’ultimo gossip”. (I sondaggisti non sembrano curarsi di che cosa sappiano davvero dell’affare gli spettatori disinformati che interrogano).

Non siamo soltanto alle prese con una cattiva informazione o con un giornalismo di burocrati obbedienti. Abbiamo dinanzi un dispositivo di potere con una sua funzione psicologica determinante. Siamo assediati dal crimine o no? Devo avere paura o fiducia? All’Aquila c’è davvero un “miracolo” che presto toglierà dai guai tutti coloro che ne hanno bisogno? C’è “un complotto” che minaccia il premier o il premier ha combinato qualcosa che dovremmo sapere e che lui dovrebbe spiegare? Se – tra soppressioni, omissioni, menzogne – si abituano le persone a questa confusione inducendole a credere che nulla sia vero in se stesso e che ogni cosa può diventare vera o falsa per decisione dell’autorità e con l’obbedienza dei tiggì, si nientifica la realtà; si distrugge l’opinione pubblica; si sterilizza la coscienza delle cose; va a ramengo ogni spirito critico. È quel che accade oggi in Italia dove un unico soggetto pretende di detenere – con il potere – la verità, il diritto all’autocelebrazione, al racconto unidimensionale, ogni leva delle nostre emozioni e delle nostre esperienze. Oggi che si discute di che cosa deve essere il servizio pubblico, vale la pena ricordare che la libertà dell’informazione non è fine a se stessa, ma è solo un mezzo per proteggere un bene ancora più prezioso della libertà del giornalista: il diritto dei cittadini a essere informati.

Adesso che hai finito di leggere, te lo posso dire; questo non l’ho scritto io, ma Giusepe D’Avanzo su La Repubblica dell’1/10/2009.

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L’abuso di potere uccide il senso civico

Pubblicato da bibop su 6 agosto 2009

Avete presenti quelli che vi ticchettano con i fari per avvisarvi che c’è la polizia con l’autovelox? Bene, io li ho sempre odiati. Ma come, mi dicevo, c’è finalmente un servizio di civiltà, che può far diminuire i morti sulle strade, che sanziona comportamenti pessimi, che punisce quegli stronzi che mettono a repentaglio la vita propria e altrui, l’eccesso di velocità, una cosa buona, da encomiare, da incoraggiare, che ci fa sentire più europei, più civili; e tu, col tuo ticchettio del cazzo, con la tua solidarietà da carcerato, vanifichi tutto aiutando gli incoscienti, facendoli rallentare proprio lì dove c’è, finalmente, un controllo serio. Ma che schifezza di cittadino sei? Sei un abitante della jungla, sei un deficiente, sei un frustrato del cazzo, uno  come te lo escluderei dal diritto di voto, si merita di sfracellarsi contro un albero alla prossima curva.

Bene, mi vergogno a dirlo, ma oggi ho ticchettato anch’io.

E’ successo che su una strada che faccio spesso, la Salaria, hanno messo alcuni limiti di velocità esclusivamente allo scopo di fare cassa, con assoluta indifferenza per la sicurezza della strada.

Tipo: c’è un limite di 60 all’ora all’altezza di Osteria Nuova (comune di Poggio Moiano).  Benissimo, c’è un centro abitato, c’è un semaforo, bisogna rallentare. Solo che questo limite comincia da centinaia di metri prima del centro abitato e finisce centinaia di metri dopo. E’ lì che mi hanno multato con l’autovelox. E quando ho contestato la multa dicendo che andavo a meno di 60, ed era vero, loro mi hanno detto che sì, andavo a 60 nel centro abitato, ma l’infrazione l’avevo commessa in quei centinaia di metri prima, dove il centro abitato non c’è ma il cartello sì. Immediatamente dopo il segnale. Cioè lì dove, ancora fuori del centro abitato,  stavo rallentando proprio per andare ai 60 regolamentari. E’ chiaro che il comune ha capito che più allontana il cartello da centro abitato e più incassa denari.

Cioè mette una tassa arbitraria e vessatoria sul passaggio dei veicoli: quanti siete, sì, ma dove andate, sì, ma cosa trasportate, un fiorino.

Queste situazioni, sulla Salaria, sono molto frequenti. Ma c’è di peggio. Poco più avanti, in una località che si chiama Ponte Buito c’è un altro limite: 50. Ora, non so se sia intelligente porre un limite di 50 all’ora su una strada statale (non sarebbe meglio mettere in sicurezza l’incrocio?). Però, siccome c’è un attraversamento pedonale, una curva, un incrocio, ci stia pure il 50 all’ora. Però il divieto comincia circa un chilometro prima, e finisce oltre un chilometro dopo! Qui l’appetito del comune diventa voracità, perché è assai difficile andare a 50 all’ora per due chilometri sulla Salaria, su tratti di strada larga, libera, senza incroci, senza alcun pericolo: un innaturale corteo, lentissimo, incolonnati come deficienti, su una strada statale normalissima, dalle caratteristiche identiche ai tratti in cui vige il normale limite di 90 all’ora. Inoltre se, visto il segnale, rallenti da 90 a 50 in poco spazio, rischi anche di essere tamponato perché serve una brusca frenata. Sembra di essere capitati per caso dietro ad un’ invisibile manifestazione o a un invisibile trattore. Ed è lì che ti pizzicano.

Ho in mano una multa in cui mi hanno contestato il fatto che in quel tratto di Salaria avevo superato il limite di 50 all’ora: infatti andavo alla bella velocità di 51 km/h!!!!!!! Sulla Salaria! C’è scritto proprio così, 51.

Da quel momento ho cominciato a modificare il mio giudizio su quelli che ticchettano con i fari per avvisare che c’è la polizia con l’autovelox. E’ vero che per la maggior parte si tratta di gente con poco senso civico, ma, almeno da oggi, so che può anche trattarsi di persone che si difendono da prevaricazioni gratuite. Quelli che ticchettano sono per lo più coatti, quelli che sono comunque “contro” le istituzioni, potenziali antistato, i furbi del popolo delle libertà, quelli che facciamo un po’ come cazzo ci pare, quelli che tanto mi faccio togliere la multa, quelli che a me non me ne frega un cazzo di niente e di nessuno, quelli che col loro ticchettio ti smerdano con la loro solidarietà mafiosa.

Ma oggi ho ticchettato anch’io, ex campione di civismo e di correttezza, ex promotore di referendum per migliorare il Paese, ex fustigatore di costumi, ormai ex persona per bene.

Con disagio, con esitazione, con un po’ di vergogna (perché non posso spiegare la genesi di questo mio comportamento incivile e temo che gli automobilisti ai quali ticchetto possano pensare di me quello che io ho sempre pensato dei ticchettatori), con sensi di colpa per l’abbassamento del mio tasso di civiltà, ho ticchettato anch’io!

Non so se ticchetterò ancora: la cosa mi ha lasciato troppo sconvolto. Forse supererò il disgusto di ticchettare solo lì dove ci sono le trappole. Però va detto che sulla Salaria, in quei tratti trappola, non è lo Stato che esercita un vigile e legittimo (e giusto) controllo, ma è il grassatore Ghino di Tacco da Poggio Moiano. E da Ghino di Tacco è giusto difendersi.

L’abuso di potere uccide il senso civico dei cittadini.

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La città nel deserto

Pubblicato da bibop su 16 luglio 2009

Non era tanto la desolante mancanza di vento, né l’inquietante assenza di forme di vita e di spazi ombrosi, né il sole bollente. Quello che mordeva lo stomaco di Ruben, oltre alla fame, era la troppo lunga mancanza di umani con i quali scambiare due parole o magari verificare in qualche modo la propria  esistenza, sapere di esserci in relazione a qualcuno o a qualcosa. Era solo, di una solitudine che lo stupiva, era anzi terrorizzato, lui che si era sempre vantato di star bene solo con se stesso. Quant’era che viaggiava in quel brutto deserto? Forse più di un mese, o un anno, certo una vita. Fantasticava sulla linea spezzata delle montagne che in lontananza separavano la terra dal cielo, una linea d’orizzonte alla quale attribuiva di volta in volta le sembianze di un villaggio, di un animale, di una donna sdraiata, di un accampamento berbero. Come fanno i bambini con le nuvole, questo gioco gli faceva compagnia, esercitava il suo pensiero – ed il ricordo – attorno a qualche idea o immagine di altri umani, e scacciava così il pensiero ossessivo di essersi trasformato, di essere diventato della stessa materia sabbiosa della desolazione in cui era immerso. Se questo  gioco lo consolava, nello stesso tempo lo gettava nello sconforto più totale: era consapevole che immaginare cose piacevoli o persone collocate esattamente all’orizzonte, cioè in quel luogo che per definizione si allontana man mano che tentiamo di raggiungerlo, era una scorciatoia per la disperazione. Crudeli metaossimori, il suo fantasticare su una realtà di fantasia, il suo tornare ad andare verso l’allontanarsi, terrificante metafora della sua condizione attuale e pura realtà. Si avvitava così in meditazioni senza uscita. Era dunque questo il significato dell’esistenza? Era questa la conclusione di tutto? Era dunque qui, in questo deserto di solitudine infinita ed ingannevole che risiedeva il senso della vita? Era questa meditazione forzata ed estrema lo scopo della filogenesi, del mondo, del cosmo?  Per questo era stata stabilita la misteriosa corrispondenza tra energia e materia che ha costruito tutto? Questo il destino finale dello sforzo umano?

Finché il desiderio o il destino gli mostrò maestose le mura della città. Enormi, alte qualche decina di metri, lunghe centinaia. Il senso di esclusione che quelle mura violentemente gli comunicavano accrebbe il suo desiderio di attraversarle, di incontrare altri esseri umani, e l’ambigua sensazione di precarietà che i mattoni di fango gli suggerivano gli leniva la paura dell’ignoto dietro quelle mura, che pur lo teneva.

Si diresse verso la porta della città. Due guardiani obesi e muscolosi chiudevano il passaggio, le braccia poggiate su enormi scimitarre. Chiesero documenti. Veramente non ne ho. Lo indirizzarono in uno sdrucito ufficio subito oltre la porta. Cominciò a riempire con i suoi dati il modulo che gli era stato consegnato, ma alla voce “specialista in” non seppe cosa scrivere e chiese lumi ad un grigio e disinteressato funzionario. “devi indicare una cosa che sai fare solo tu, ma che sia  speciale. Se no non ti fanno entrare. Tutti, per entrare in città, abbiamo dichiarato di saper fare qualcosa di speciale. Ma bada, devi dichiarare qualcosa che nessuno ha già dichiarato”.
Iniziò una trattativa che scosse un po’ l’atarassia del funzionario e quasi parve divertirlo. “C’è già” rispondeva ad ognuna delle abilità che Ruben proponeva, consultando il librone con l’elenco delle abilità già dichiarate.  “So suonare il flauto ad acqua” “C’è già”. “So saltare cinque metri con l’asta” “C’è già”. Dopo un estenuante elencazione delle sue abilità, Ruben stizzito esagerò polemico “allora so volare, e facciamola finita” “volare… non c’è. Bene, scrivi pure che sai volare”. Era esausto, e non se la sentì di spiegare che la storia del volo era una iperbole polemica: tacque e si mise in tasca il foglio con il timbro che gli permetteva finalmente di entrare in città.

Finalmente. Gente, caos, chiasso, confusione. Piano piano, col passare dei giorni, tornò a sperimentare i sentimenti che gli umani provano nelle relazioni con i loro simili: paure, aspettative, amicizie, gioie, soprusi, amori, patimenti, litigi, dolori, piaceri, sensi di colpa. E poi ancora, col passare del tempo e delle stagioni, potere, lotte, gente buona, gente cattiva, gratificazioni, frustrazioni, lavoro, fatica, accettazioni, esclusioni, prestigio, fama, onori, disprezzo, fedeltà, tradimento, pietà, stress, cambiamento: quella città era la vita. Vi si immerse felice, dimenticando i violenti eccessi climatici e la solitudine drammatica del deserto. Per sette anni visse felice, uomo tra gli uomini, stimato e amato, una vita intensa e piena di interessi, relazioni e amicizie.

Una sera d’estate era seduto in un bar con alcuni amici a chiacchierare e fumare del buon hashish. La discussione verteva sulla strana natura di quel luogo e di come ciascuno avesse dovuto dichiarare la sua speciale abilità. Gli amici avevano già dichiarato la loro ed ora toccava a lui. L’hashish aveva abbassato la soglia delle sue difese, così decise di svelare quel piccolo inganno, o meglio, equivoco, della sua dichiarazione. “Pensate, io ho dovuto dire che so volare!!” disse un po’ sottovoce, guardando con la coda degli occhi prima a destra e poi a sinistra. Tutti fecero “Ooo…”, ma il più anziano gli disse, con fare altrettanto circospetto “zitto, non farti sentire”. Ma era troppo tardi. Due guardie in borghese, sedute al tavolo a fianco, gli chiesero i documenti. Lui li mostrò, e alla voce “abilità” c’era scritto: sa volare. “Prego, voli”. “Cosa?” “Qui c’è scritto che lei sa volare, dunque voli”.

Meno di un’ora dopo, espulso dalla città, si ritrovò nella stessa condizione di sette anni prima, con il deserto intorno, immerso nella solitudine, al freddo della notte e al caldo torrido del giorno. E con le idee maledettamente più confuse di allora.

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IL SUPERVIDEOGIOCO

Pubblicato da bibop su 9 luglio 2009

Sulla Terra

Finalmente, nel 92.745 dopo Cristo, gli uomini erano riusciti a decifrare il Messaggio. La scoperta, che aveva sconvolto il mondo, era stata effettuata quasi casualmente da due ragazzini indiani mentre elaboravano una tesi di laurea sulle interferenze gravitazionali con, appunto, la radiazione di fondo dell’universo. Ebbene, la radiazione cosmica di fondo non era, come si era sempre creduto, solo la traccia residuale del big bang, ma conteneva impercettibili discontinuità coerenti, dunque un significato: era un “Messaggio”, una comunicazione di qualcuno che sembrava sfidare l’umanità a decodificarlo e ad interagire con esso. I due ragazzi indiani avevano infatti scoperto alcune modulazioni infinitesime, ma regolari e ricorrenti, nell’ampiezza della radiazione. Era una modulazione sicuramente non casuale, in una sequenza sicuramente logica, sicuramente indotta artificialmente e volontariamente da qualcuno. Era la prova che qualcuno o qualcosa, dio o uno scienziato pazzo di un’altra dimensione, stava cercando – dalla bellezza di quindici miliardi di anni – di comunicare con qualunque cosa fosse stato in grado di captare  il segnale, decodificarlo, capirlo e rispondere.
Dunque c’era qualcuno o qualcosa che la sapeva più lunga di noi, qualcuno che, per  aver lasciato un segnale nella radiazione di fondo (la traccia del big bang) doveva necessariamente preesistergli. Era dunque il dio di tutte le religioni che finalmente si manifestava sul serio? Una follia all’apparenza, eppure un dato di realtà, inconcepibile ma vero. L’evento, naturalmente, aveva mandato in cantina la nascita di Cristo e dato il via ad una nuova numerazione degli anni: l’anno zero divenne, per tutte le civiltà, quello della scoperta del vero “Messaggio” di dio e non più quello della sua presunta nascita sulla terra sotto forma di uomo.

Fu subito chiaro a tutti i crittografi che l’interpretazione di quella modulazione avrebbe richiesto un bel po’ di tempo.
Nell’anno 2.835 DM (dopo il Messaggio), dopo quasi tremila anni di sforzi congiunti di tutte le istituzioni scientifiche del mondo e delle comunità umanizzate interplanetarie ed intergalattiche, utilizzando la rivoluzionaria tecnologia gravitonica, computer bionici e sfruttando le proprietà olografiche della materia, gli uomini erano finalmente riusciti a costruire un’antenna spaziale immensa, costituita da una rete trasmettitori potentissimi, dislocati su una serie di pianeti di varie stelle della nostra galassia. Quest’antenna, utilizzando la curvatura della galassia, riusciva a trasmettere  onde herziane a frequenze lunghissime che riuscivano ad entrare in risonanza con lo stesso Messaggio scritto nella radiazione di fondo dell’universo, utilizzandolo per acquisire, con successivi rimbalzi, una velocità pazzesca, superiore a quella della luce, contraddicendo dunque a tutte le statuizioni scientifiche fino ad allora acquisite, e così come era stato previsto fin dai primi studi iniziati subito dopo la scoperta dell’esistenza di un messaggio. Così il messaggio umano, che modificava le onde herziane nelle stesse porzioni d’onda  utilizzate dal Messaggio, era riuscito a superare i confini dell’universo e spingersi al di fuori di esso, dovunque questo fuori fosse. Il progetto si chiamava non a caso Creator, perché aveva l’ambizione di realizzare il sogno eterno dell’umanità: comunicare con il Responsabile Primo, così come si era manifestato, del Creato, e questo, possibilmente, prima che il sole si spegnesse, ormai tra pochi miliardi di anni, senza che fossimo venuti a capo di nulla. E stavolta non per sua gentile concessione, come sembrava essere accaduto ai primordi dell’umanità con i vari inviati da dio sulla terra, ma per esplicita richiesta dell’umanità, su sua iniziativa.

Poi, dopo soli 11 anni, nel 2.846, il grande giorno: il segnale che per milioni di anni era rimasto identico a se stesso, mostra modificazioni nella frequenza. Era una risposta al contatto!  Sembrava clamorosamente dire “bravi, ci siete riusciti” trasmesso ininterrottamente nelle oltre 32.000 lingue conosciute. L’Umanità è in visibilio. Tutte le diciotto religioni praticate sulla Terra ci mettono il cappello, riconoscendo subito il loro Dio, che si complimenta con gli uomini perché finalmente sono riusciti a comunicare con Lui, come era nei suoi desideri, compiendo così il percorso che conferisce senso all’esistenza.

Tutti i filosofi sono però nel panico: se questo è il fine, vuol dire anche che questa è la fine. O forse l’inizio di una nuova dimensione dell’umanità, la sua divinizzazione. In ogni caso in meno di 400.000 anni (una bazzecola rispetto ai 5 miliardi di anni dell’età della terra, o ai 15 dello stesso universo) la materia bruta delle origini si è autorganizzata, ha acquisito capacità di non disperdere le informazioni acquisite trasmettendole con l’invenzione della vita, è arrivata ad acquisire consapevolezza di sé e del mondo con la forma uomo, fino a possedere una coscienza e finalmente a riconoscere il suo creatore ed ora a comunicare con lui. Un  miracolo vero, l’avvenimento più sensazionale dell’intera storia dell’umanità e dello stesso universo. E però il senso di tutto ciò continuava a sfuggire alle analisi più approfondite. Bisognava ancora capire, chiedere, e scienza e filosofia cercavano ora la domanda da fare per capire meglio. La prima reazione, suggerita dalla comunità scientifica e religiosa all’unisono, fu di mandare con lo stesso mezzo la domanda “perché?”

Altrove

In casa c’è la solita agitazione di prima di cena. La mamma chiama “è prontoooo!”
Quasi tutti sono a tavola. Manca lui, sempre il solito, che si attarda a giocare con il suo nuovissimo quac, il computer quantico per ragazzi. Anche suo fratello ne ha uno, ma è molto più bravo di lui a creare programmi divertenti. Eppure oggi, dopo averci lavorato per un pomeriggio intero,  gli sembra di aver fatto centro, di aver creato un programmino niente male, che lascerà a bocca aperta fratello, genitori ed amici. Aveva creato nella sezione olografica del computer quantico delle unità di carbonio capaci non solo di riprodurre se stesse, ma anche di registrare tutte le informazioni provenienti dal loro ambiente utili alla propria riproduzione, e addirittura di trasmettere tali informazioni alle generazioni successive. Ebbene, dopo aver fatto girare il programma per una mezz’oretta, gli sembrava di aver decodificato un segnale di risposta proveniente proprio da quelle unità carbonio: la risposta alla richiesta di feed back  che aveva sistemato alla fine del suo programma (se capite questo segnale, bravi, ci siete riusciti!). Il segnale, decrittato, domandava “perché?” ed esigeva una risposta.

“Aspetta, mamma, sto finendo un lavoro …”

“Vieni a tavola che si fredda tutto”.
“Aspetta mamma… solo un momento, non posso lasciare ora…
“Allora ti decidi ?..”
Si stava rendendo conto del risultato pazzesco del suo gioco-programma: aveva creato delle vere e proprie “aspettative” in semplici ammassi di atomi, aveva in qualche modo reso “coscienti” delle unità carbonio, della materia bruta, una cosa sicuramente contro le tutte le leggi, gli statuti e i regolamenti sulla creazione, e questo gli dava un leggero senso di paura e di nausea.
“Aspetta, mamma, qui è successo un casino… una cosa incredibile…”
“Ora basta! Vieni a tavola” . La mamma, spazientita, entra nella sua stanza e con un gesto stizzito spegne il suo quac. Senza aver salvato il programma.

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G20

Pubblicato da bibop su 20 aprile 2009

Qualcuno ha seguito il G20? Qualcuno ha capito cosa ci faceva da quelle parti il nostro primo minestro? Quali soluzioni aveva da proporre alla grave crisi economica mondiale? Nessuna. Il primo minestro faceva quello che fanno di solito i venditori di merci: autopromozione. Infatti il G20 è stato monopolizzato dagli unici che avevano cose da dire e da proporre, e cioè i tre rappresentanti dell’Europa (GB, F, D) e Obama. Ma il nostro non spreca tempo né occasioni: Che ti fa? Chiama ripetutamente e a gran voce Obama, tanto che la Regina si gira per chiedere chi è quel cafone. Poi lo tira a sé con un braccio, tenendo con l’altro braccio il premier russo ed in quel preciso istante, davanti uno stuolo di fotografi lì appositamente chiamati, sforna il più bel sorriso della sua pur onorata carriera. La foto è fatta. Quale sarà la fotocronaca del G20 per i nostri quotidiani (praticamente tutti)? Quale sarà la foto che accompagnerà i resoconti del G20 che pochi leggerano? Cosa resterà impresso nella memoria dei frettolosi lettori di quotidiani? Indovinate un po’: il nostro primo minestro che riunisce sotto di sé le due più grandi potenze del pianeta, che li fa sorridere insieme, che li fa giocare, che li rende amici, che li sovraintende, Ecco come si vendono prodotti scadenti: la pubblicità è l’anima del commercio. E la politica internazionale? Chi se ne frega.

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Ricomincio a scrivere oggi

Pubblicato da bibop su 25 febbraio 2009

Oggi Italo Bocchino, portavoce del PDL, ha detto che non si farà l’election day per riunire elezioni europee, elezioni aministrative e referendum.

Perché mai, si potrebbe chiedere, visto che riunendo le tre elezioni si risparmierebbero  circa 400 milioni di euro (=due o tre social card)?

Ecco la risposta: Non si farà, perché se no se ne avvantaggerebbero i fautori del referendum. Infatti se si unissero le tre consultazioni, il referendum potrebbe facilmente raggiungere il quorum, e dunque, i promotori sarebbero avvantaggiati.

Allora, cerchiamo di capire:

1. si indice un referendum per sapere cosa pensano i cittadini italiani di una certa legge, in questo caso la legge elettorale porcellum di Calderoli, quella con la quale Berlusconi ha vinto le ultime elezioni.

2. Il referendum può fallire se non si raggiunge il quorum del 50% +1 degli elettori.

3. A Italo Bocchino non interessa sapere cosa  pensano i cittadini della porcata fatta dalla maggioranza, gli interessa solo che il referendum fallisca, perché sa che se i cittadini potessero esprimersi liberamente cancellerebbero il porcellum.

4. Dunque non entra nel merito della legge elettorale, non rischia il giudizio, ha paura del voto libero: Bocchino dice chiaramente che faranno una bella furbata, eviteranno di favorire la libera espressione dei cittadini, anche se questo costa 400 milioni di euro. Conta sul fatto che tra la disinformazione dei loro media e le tre votazioni a una settimane una dall’altra, pochi cittadini  andranno a votare il referendum, che così fallirà per non aver raggiunto il quorum.

Questa è la loro democrazia. Non rischiano il libero confronto delle idee, ma, come se non bastassero le loro corazzate e le loro portaerei della disinformazione, si attaccano a mezzucci da comare, con rispetto delle comari, e lo rivendicano come i coatti che sfrecciano sulla corsia d’emergenza dell’autostrada e se li guardi male ti dicono con aria di sfida: embè? che cazzo voi?

Loro sono così. Ormai non c’è più bisogno di conferme. Io non ne posso più. C’è qualcuno che ha delle idee su come fermarli?

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Inconscio e dna: è la filogenesi che ci controlla

Pubblicato da bibop su 6 novembre 2006

mare inconscio

La tesi che sostengo è che il sonno è il momento in cui gli esseri umani portano quotidianamente la loro esistenza a fare il tagliando di verifica, una messa a punto, dalla concessionaria del Produttore: la “Filogenesi”, quella speciale azienda che, per conto del Produttore, ci immette nel circuito della vita, e che si nasconde dentro al DNA.
Il sonno stacca la spina del telefono e nessuna informazione esterna arriva più dai cinque sensi per farsi decodificare, interpretare, per richiedere strategie di risposta. Il corpo lascia la mente libera da questo faticoso lavoro e dalla conseguente responsabilità di analizzare le reazioni possibili e di produrre le risposte necessarie e possibilmente adeguate. E produce il sogno, che “rielabora e combina i temi archetipici, cioè nati prima del sognatore, con ricordi ricevuti dalla sua esperienza”, come dice Luigi Zoja nel suo “Contro Ismene”. Vale a dire che mette in relazione dati dell’esperienza con qualcosa che preesiste al”individuo. Ma come mette in relazione? Dove sta questo qualcosa che preesiste all’individuo?

Quando la mente è libera dai volgari compiti della quotidianità e della sopravvivenza, allora si può occupare di qualcosa di superiore, si può concentrare, può ascoltare il proprio corpo, può ascoltare la musica delle sue cellule, può andare a rileggere il suo Corano, la sua Bibbia, il suo libro sacro,  a riascoltare i suoi precetti fondamentali nel suo libretto di istruzioni: il DNA.

Durante il sonno l’attività elettrica del cervello si mantiene molto intensa. Eppure non ha da svolgere tutti i pesanti i compiti di decodificazione e interpretazione dei segnali del mondo esterno, di elaborazione, organizzazione e trasmissione delle risposte, di ricerca, assunzione e ottimizzazione delle risorse. La sua attività è tutta interna, le comunicazioni sono tutte interne.

La filogenesi, attraverso il dna, controlla (= comunica = manda segnali e riceve risposte) ogni singola cellula, e con esse ogni singola struttura specializzata, e con esse ogni organo, e con esse ogni attività, anche quelle che definiamo superiori.
Non sappiamo come avviene  questo particolare tipo di comunicazione. Sappiamo più o meno come comunicano le cellule tra di loro, sappiamo più o meno come funzionano i vari neurotrasmettirori, sappiamo che le informazioni circolano nel nostro corpo e nel cervello attraverso un complesso sistema elettrochimico.
Ma qui, nel limbo onirico, si tratta di comunicazione tra una molecola portatrice di tutto il sapere del mondo ed il semplice corpo senza coscienza di un povero cristo.
E’ sconvolgente sapere, ma dobbiamo prenderne atto, che il 98% dei nostri geni sembra non servire a niente, o almeno non serve a codificare proteine. Questo 98%, dicono gli scienziati,  sembra svolgere funzioni di strutturazione fisica del genoma all’interno del nucleo, cioè funzioni di tipo architetturale e di regolazione dell’espressione genica. Che vorrà dire? Io sostengo che quel 98% del nostro genoma ha a che fare con serve a fare un quotidiano check up, un controllo di qualità: lì dove c’è scritta tutta la storia dell’evoluzione, lì dove ci sono informazioni in grado di far percorrere ad un embrione tutte le tappe dell’evoluzione in soli nove mesi, da cellula ad essere umano, e poi ancora da neonato ad adulto, lì  sono anche previste le necessarie verifiche, i controlli di come la macchina sta andando avanti, di come procede nel percorso questo ennesimo esemplare di unità a base di carbonio.
Il sonno dunque è il momento migliore per verificare se la macchina funziona ancora secondo gli standard stabiliti dal piano di fabbricazione, per controllare se ci sono messe a punto da fare, squilibri da sanare, confusioni da chiarire, pezzi da rinforzare, scorie da eliminare. Una sorta di autoverifica se i dati ed i valori attuali corrispondono al piano di costruzione o no. Un auto-check effettuato riconnettendosi alle informazioni di partenza, la filogenesi, a quelle regolette scritte nel nostro dna, a quel processo misterioso che ha raccolto e memorizzato informazioni (utile/non utile, buono/non buono, bene/non bene, ecc.) per milioni di anni, radunandole in un chip di memoria, il dna appunto, e fornendole ad ogni cellula degli esseri viventi, come un libretto di istruzioni in grado non solo di far funzionare al meglio la macchina, ma addirittura di fare delle messe a punto strada facendo, di verificare, in particolare durante il sonno, lo stato dell’arte e di tenere il buono e scartare il cattivo, immagazzinare il grano ed espellere il loglio.

Quello che Freud ha chiamato inconscio è in realtà esattamente questo: la verifica dello stato attuale della nostra vita che la filogenesi, mediante il DNA,  compie durante il sonno, a bocce ferme, cioè mentre la nostra parte meccanica e relazionale è in catalessi, in breve letargo, e le nostre funzioni vitali assorbono pochissima energia così l’esame si prende tutta quella che le serve.
Lei, la filogenesi, controlla quali cazzate stiamo facendo per rovinarci la vita, quali falsi obiettivi ci stiamo dando per essere infelici, a quali fatiche inutili o insensate ci sottoponiamo, di quali inutili anzi dannose informazioni abbiamo stipato i nostri magazzini e così via.
Noi chiamiamo, con un certo orgoglio, psicanalisi quel grossolano processo di indagine su alcuni sintomi del malessere: se riceviamo o no amore e stima, come ci valutiamo in base ai criteri che l’ambiente ci ha proposto, lo stato dei nostri legami affettivi, e così via. Ma in realtà il vero oggetto di indagine del profondo è l’indagine che compie lei, la filogenesi: sapere se la nostra esistenza è o no in linea con la saggezza, l’esperienza, le indicazioni della filogenesi. Stanno lì gli “archetipi” di cui parla Jung. E se non lì, dove altro? In quale altro luogo del corpo umano possono risiedere consapevolezze di antichi divieti, di oscure divinità, di misteriose acquisizioni e idee innate, predeterminate e preesistenti all’individuo stesso?

A differenza della psicanalisi, la filogenesi non è interessata a sapere (o a farci sapere) perché stiamo facendo tutte le cazzate che facciamo: che gliene frega? Non ci rivela – né le interessa saperlo – come mai abbiamo deciso di farci del male o chi ci ha convinto a farlo, non ci dice quali informazioni abbiamo – volutamente o no – male interpretato, non ci svela chi ci ha ingannato. Questo non è suo compito, la filogenesi non dà giudizi sulla nostra capacità di capire o sulle nostre qualità. Lei se ne frega: se non andiamo bene noi lei ha altri miliardi di strutture a base carbonio analoghe alla nostra su cui contare. Lei verifica solo se noi siamo allineati oppure no, se stiamo facendo (=essendo) quella cosa (quale cosa?) per cui tutto il meccanismo si è messo in moto, da prima del big bang, dalla creazione dell’energia, dalla formazione della materia in poi. Se stiamo tenendo conto di una esperienza miliardennaria, se stiamo o no nel solco del pazzesco e misterioso cammino che dalla materia inorganica, dai sassi e dal fuoco, ha condotto alla materia organica, alla vita, e poi dalla vita elementare di pura riproduzione, a quella complessa di controllo dell’ambiente, di ottimizzazione delle disponibilità e dello sfruttamento delle risorse, agli animali, all’uomo, al pensiero, alla coscienza di sé, alla conoscenza.

Quando potremo capirci qualcosa? Qualche scienziato vorrà indagare, e poi spiegarcelo, su come avviene questo benedetto controllo del dna sulla cellula? Chi è (= qual è il meccanismo comunicativo) che dice alla cellula embrionale di organizzarsi (??!!) e, per esempio di andare, scusate la boutade, a fare un culo? E come fa la struttura del dna prima a capire e poi a segnalare che qualcosa non va? Perché, dove e in che modo avvengono l’elaborazione e la redazione del messaggio, la codificazione e trasmissione di dati, in quale mezzo fisico passano, chi riceve, chi decodifica, chi confronta tra i dati ricevuti con quelli campione conservati da qualche parte, chi effettua la verifica di congruità, chi elabora la risposta, la codifica e la trasmissione della risposta e la sua ricezione. Certo, tutte robe elettrochimiche. Ma chi muove i fili? Chi ha piazzato i circuiti? Chi ha organizzato i microchip?

Durante il sonno dunque ci consegniamo senza difese al riesame da parte della struttura filogenetica. Lei la sa lunga e non sbaglia mai, perché viene da troppo lontano per portarsi ancora dietro errori, li ha già scartati tutti strada facendo. E lei non sta lì a riparare i nostri danni, registra solo: così va bene, così va male. Al massimo lascia una traccia di questo screening, che con una appropriata decodifica (lo psicanalista? la medicina cinese?) potrebbe rivelarsi un segnale: una psoriasi, un calcolo al fegato, una depressione suicidale, una gotta, un tumore. Se lo capiamo, bene, forse riusciremo a correggere la deviazione e a sopravvivere ancora un po’, se no pazienza, tanto lei ne ha così tanti su cui contare. Oppure – caso raro ma possibile, uno su mille miliardi – verifica se qualche nostra imprevista germinazione deviante, biologica, psicologica o solo comportamentale, non possa per caso rivelarsi utile a quel suo misterioso progetto: se siamo casualmente  portatori di qualche novità utile, e in quel caso già la vedo gongolare di piacere e dire: questo è bene, finalmente un passo avanti.

Un passo verso dove? Verso una maggiore complessità, verso un maggiore controllo dell’ambiente, un maggiore dominio della Terra, della materia, un aumento delle potenzialità del corpo, una dilatazione dei sensi, maggiori prestazioni fisiche o intellettive, migliore percezione della realtà, maggiori abilità, crescita di conoscenza.

O forse non lo sa nemmeno lei. Lei, la filogenesi racchiusa nel DNA,  si limita a controllare che tutto proceda come si deve, come si è sempre fatto, mentre per l’evoluzione lei si limita a fare da spettatrice indifferente. Un notaio, un burocrate che registra una variazione nella banca dati desossiribonucleica, poi quello che sarà sarà. Però questo non le impedisce di controllare comunque la nostra vita, di dire quello che va bene e quello che va male. Ma lei non lo sapeva da prima, lo ha capito solo dopo che NOI abbiamo dimostrato col sudore della fronte e con la morte degli inadatti che quella variazione andava bene.  Lei si appropria di questa conoscenza. La codifica e alla fine sembra quasi essere lei l’origine. No, lei è soltanto un burocrate conservatore, anzi, reazionario, perché non registra le novità fino a che queste non hanno dimostrato più che ampiamente, attraverso la vittoria sul campo e l’eliminazione dei non aggiornati, l’utilità della sua carica innovativa.

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Fare figli dopo i cinquant’anni – 2

Pubblicato da bibop su 4 novembre 2006

vecchio e bambino

Dopo l’introduzione dell’argomento (vedi più avanti “Fare figli dopo i cinquant’anni”), ho fatto una breve indagine tra conoscenti ed amici. Ecco alcune risposte sulle motivazioni di chi fa figli dopo i cinquant’annni.

La vita media si è allungata, la terza età è vitale e creativa, il benessere è diffuso: è meglio occuparsi di un nuovo figlio piuttosto che passare il tempo a chiedersi come passare il tempo.

Quelli che fanno figli da vecchi sono degli sconfitti (loosers, perdenti) che hanno rinunciato, per pavidità o per incapacità, a lottare per prevalere tra gli altri uomini, e decidono quindi di dare importanza alla cosa più facile, una cosa che sanno fare tutti, anche le bestie, quella di fare figli.

Il ruolo dei genitori ormai è limitato perché all’educazione dei figli ci pensano la Tv e internet. I genitori servono solo a tirare fuori i soldi. Quindi anche un vecchio va bene (è cretina, ma l’ho sentita).

Facciamo quanti più figli possiamo, se no diventeremo tutti cinesi o musulmani, un paese del terzo mondo … (questa è solo per gli stronzi)

Chi fa figli dopo i cinquant’anni? Dei saggi, che hanno capito cos’è veramente importante. Dunque fanno consapevolmente e bene una cosa che tutti fanno in modo più o meno superficiale, quella di fare figli.

Chi fa figli da anziano è un adulto mai uscito dall’adolescenza, un Peter Pan che si trova a suo agio solo con bambini e adolescenti, pedofilo potenziale, incapace di confrontarsi con adulti coetanei.

Fare figli in tarda età è un segno di intensa forza vitale, di tensione verso il futuro, di amore per la vita, di grande disponibilità di amore per l’umanità, di interesse per i vari progetti di vita, di capacità di stupirsi del miracolo della vita, di sanità mentale, di non conformismo.

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Il vuoto

Pubblicato da bibop su 4 novembre 2006

mu

Come è fatto l’universo? Di solito lo immaginiamo come uno spazio riempito da stelle, pianeti e altri oggetti sospesi a mezz’aria. Ma non è proprio così. La realtà è un po’ più allucinante.
Immaginiamo di essere dei supergiganti, e di poter tenere la terra in mano come una biglia: la terra ha il diametro, poniamo, di un centimetro. Per incontrare il sole, che a quella scala è un pallone largo quasi un metro, dobbiamo camminare per soli ottanta metri, mentre per plutone, il pianeta più lontano, dovremo camminare per più di tre chilometri. Sembrano tanti?. Bene. Ora, per incontrare la stella più vicina della nostra galassia, Proxima Centauri, a questa scala (la terra ha un centimetro di diametro, il sole, sta a ottanta metri ed è largo meno di un metro), partendo per esempio dal centro di Roma dobbiamo camminare… quanto? Fino al raccordo anulare? Di più. Fino ad Orvieto? Di più. fino a Milano? di più. Fino a Londra? di più. Fino a Mosca? Di più. Fino a New York? di più. Fino alla Luna? Ancora di più: dobbiamo arrivare a metà strada tra la Terra e Venere, quelli veri. E tra il pallone di circa un metro (il sole) al centro di Roma e quest’altro pallone quasi uguale, a metà strada tra Terra e Venere, è tutto vuoto! Niente. Nulla. Un granellino di polvere ogni 100.000 chilometri. Non parliamo poi della galassia più vicina: per arrivarci, sempre a questa scala, dovremo fare 500.000 (cinquecentomila) volte la strada fatta per incontrare la stella più vicina. E tra qui e lì, sempre tutto vuoto, il nulla. Poi però, per la fine dell’universo ormai manca poco: solo 2000 volte la strada fatta finora (cioè fino alla galassia più vicina).
Come ti senti? Un po’ solo, nel vuoto assoluto? Anch’io.
E se questo non basta a spaventarti, allora senti qua: se vuoi andare in giro per l’universo, sappi che viaggiando alla velocità della luce (alla quale non si potrà mai arrivare perché a quella velocità la materia scompare e si trasforma in energia) devi viaggiare per 26.000 (ventiseimila) anni per arrivare al centro della nostra galassia. Se vuoi cambiare galassia devi mettere in programma un viaggio, sempre alla velocità della luce, di 2.300.000 (due milioni e trecentomila) anni. Per arrivare all’ultima galassia, alla fine dell’universo, non te lo dico, tanto non ci crederesti (e neanche capiresti di che stiamo parlando). Anzi, tre lo dico: più di quattro miliardi di anni.

Tutto, essere e non-essere, è nulla. Perciò ogni dottrina buddhista insegna che nella nostra vera essenza tutto, essere e non-essere, è nulla.

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Alla fine del tempo

Pubblicato da bibop su 4 novembre 2006

ufo

Il sole si spegnerà tra cinque miliardi di anni: è un dato incontrovertibile, definitivo, inoppugnabile, inevitabile. Quando il sole si spegnerà, tutto sarà finito, niente energia, niente vita, tutti morti, tutto morto, abbiamo scherzato.
Dunque tutto finirà. Da qui una serie infinita di “perché” tanto inutili quanto impossibili da evitare.

Ma intanto immaginiamo: ci sarà l’umanità nell’anno, per dire, 126.845 dopo Cristo? Saremo come adesso (se ci saremo)? L’uomo non evolve più da 100.000 anni, perciò in quell’anno potremmo anche essere uguali ad ora, chissà, però circondati da robot bionici che faticano per noi.
E se dal 126.845 saltiamo vertiginosamente, sempre per dire, all’anno 2.467.924? Qualche mutazione nella specie umana sarà sicuramente avvenuta: saremo tutti calvi, o saremo tutti obesi, oppure avremo tutti un capoccione enorme. La terra, probabilmente, girerà attorno al sole sempre in 365 giorni, ma, tanto per dire, avremo sicuramente trovato un altro anno di partenza, perché Cristo non resisterà certo così a lungo. Magari saremo nel 40.982 dopo il Grande Disastro o nel 3295 dopo il Grande Incontro.
Ok, ma, se ci basta l’animo, andiamo oltre, proviamo a pensare all’anno 2.345.865.321, dico, due miliardi e rotti: staremo ancora a litigare tra ricchi e poveri? E ancora un po’ più in là, alla fine, verso l’anno (del signore) 4.345.568.342, ammesso che ci si arrivi, col sole che si sta spegnendo e fa sempre meno luce e meno calore, con le risorse alimentari al lumicino, con le guerre (con i bastoni?) per l’acqua e con la consapevolezza che, sia come sia, dovremo comunque sparire tutti tra poco (oddio, tra poco, sì, ma sempre tra quei 10 o 20 mila anni, hai voglia a campare…) e che tutta la storia dell’umanità svanirà nel nulla, come se non fosse mai esistita, come un sogno che al mattino non ti ricordi più? Che vita sarà? Finirà in un mostruoso spleen collettivo, tutti come il robot di blade runner che piange impotente la fine della sua inutile ma splendida vita e la perdita delle sue esperienze, come un videogioco quando si spegne il computer. E quali saranno le priorità dell’umanità? Che diranno i politici, i filosofi, gli intellettuali? E gli asceti, e i guerrieri, e che diranno gli adulti ai bambini? E che diranno i bambini?

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